LO SCOPO DI QUESTE PAGINE

Lo scopo di queste pagine è di far conoscere la tragedia che colpì un mio congiunto e molti suoi compagni di sventura, deportati, vessati e uccisi nei campi di concentramento nazisti. Molti di questi finirono nell'oblio, a causa di un comportamento assurdo da parte dello Stato italiano.

TROPPE VOLTE IL SILENZIO NON È D'ORO, PERCHÉ TACERE È SPESSO COMODO E FACILE, MENTRE PARLARE È DIFFICILE E PENOSO. TACERE PUÒ ANCHE ESSERE UN SEGNO DI PRUDENZA MA PARLARE È QUASI SEMPRE UN ATTO DI CORAGGIO

IL PASSATO VIVE SEMPRE

IL PASSATO VIVE SEMPRE, PURCHÈ ANCHE UNO SOLO LO RICORDI

PER OLTRE UN DECENNIO

Non sono un ricercatore di professione e non ho titoli accademici. Svolgo questa ricerca per dovere di cronaca e per pietà nei confronti di chi ha perso un congiunto in prigionia e non ha mai ricevuto le adeguate informazioni da chi avrebbe dovuto fornirle. Porto avanti questo studio esclusivamente perché me lo detta il cuore.

Per oltre un decennio ho raccolto i dati dei nostri Caduti (militari e civili), che furono internati o deportati nei campi nazisti e che, alla fine del loro calvario, furono sepolti in Germania, Austria e Polonia. Chi nel dopoguerra si occupò di ricercare, riesumare e traslare i nostri Caduti nei cimiteri militari italiani, purtroppo si "dimenticò" d'informare i familiari dell'avvenuta inumazione, negando a migliaia di famiglie italiane di avere almeno una tomba su cui piangere. Lo studio, partito inizialmente come ricerca familiare, si è con il tempo sviluppato e dilatato in una vera e propria ricerca (tuttora in corso) su un aspetto poco conosciuto a ricercatori e storici e, come avrei potuto appurare col tempo, totalmente sconosciuto ai parenti dei Caduti. Dov’erano state sepolte le centinaia di deportati civili morti dopo le liberazioni dei campi di concentramento? E le migliaia di Internati Militari Italiani deceduti per le violenze subite nei campi di prigionia? Erano realmente tutti dei “dispersi” o avevano trovato degna sepoltura.

La ricerca che ho intrapreso (iniziata nel 1995) ha come scopo finale quello di far conoscere ai parenti di questi poveri sventurati le località di sepoltura dei loro cari. A questo proposito dal marzo del 2009 ho iniziato a catalogare, riscontrare e verificare gli elenchi in mio possesso per poterli rendere pubblici. Le liste, completamente inedite in forma integrale, provincia per provincia e comune per comune, sono il primo abbozzo di una lunga ricerca che spero venga ripresa in futuro da altri ricercatori (come già sta accadendo in alcune province), per poter essere approfondita e corretta da eventuali errori di trascrizione. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, questo è il primo elenco integrale (oltre 16.000 nominativi di base) che sia mai stato reso pubblico, riguardante i nostri connazionali deceduti in prigionia o per cause di guerra e sepolti nei sei principali cimiteri militari italiani in Austria, Germania e Polonia.

E’ GIUSTO CHE LE FAMIGLIE DEI CADUTI SAPPIANO!

Dopo l’8 settembre 1943 più di 800.000 italiani (civili e militari) furono fatti prigionieri e deportati nei campi di concentramento tedeschi dislocati nei territori del Terzo Reich. Un gran numero di questi vi trovò la morte dopo atroci sofferenze, solo ed esclusivamente a causa del loro pensiero, della loro religione o per la divisa che indossavano. Al termine della guerra, migliaia d’italiani che non sopravvissero alle vessazioni inferte, furono sepolti sul suolo tedesco, austriaco e polacco. Nell’immediato dopoguerra, a causa delle enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, la maggior parte di questi ragazzi furono dati per dispersi. Nel 1951 il Governo italiano ratificò una legge (204/51), che, con il secondo comma dell’articolo 4, vietava il rimpatrio delle salme sepolte nei cimiteri militari italiani all’estero dal Ministero della Difesa (Commissariato Generale Caduti in Guerra - Onorcaduti). Nel biennio 1957/1958 lo stesso Commissariato iniziò la ricerca dei caduti sepolti nei territori sopraccitati, riesumandoli e trasferendone i Resti nei cimiteri militari di Amburgo, Berlino, Francoforte sul Meno, Monaco di Baviera (Germania), Mauthausen (Austria) e Bielany-Varsavia (Polonia). Nei sacrari allestiti dal Ministero della Difesa furono raccolte le Spoglie mortali di 16.079 italiani. La quasi totalità dei parenti di questi poveri sventurati non furono mai informati del lavoro svolto da Onorcaduti, rimanendo in attesa di chi non sarebbe mai più tornato. Nella seconda metà degli anni '90, dopo una capillare ricerca, rintracciai il luogo di sepoltura del mio congiunto e, dopo aver fatto modificare la legge 204/51, ne feci rimpatriare i Resti. Avendo raccolto negli anni una grande quantità di materiale riguardante anche altri caduti sepolti nei cimiteri militari, decisi di ricercarne i parenti, fornendo loro indicazioni sul luogo di sepoltura del loro caro e indicando quali uffici contattare, presso il Ministero della Difesa, per l’eventuale rimpatrio dei Resti. Per senso civico, per dovere d’informazione e perché nessun altro lo faceva, dedicai (e dedico tuttora) gran parte del mio tempo libero (lo considero ormai il mio secondo lavoro non retribuito) a questo tipo di ricerche, che svolgo in modo autonomo e completamente a mie spese da almeno quindici anni. All’inizio, con l’ausilio dell’Arma dei Carabinieri, sono riuscito a rintracciare i parenti di molti caduti, parte dei quali hanno fatto rientrare in Italia le Spoglie dei loro cari. Ho sempre riscontrato una grande collaborazione da parte dei comandanti delle stazioni dell’Arma da me interpellati, che per mio conto rintracciavano le famiglie dei caduti consegnando loro le informazioni e i dati da me acquisiti. Tutto filò per il verso giusto fino a quando, a seguito di una mia comunicazione con il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, fui avvisato che non avrei potuto richiedere l’ausilio dei Carabinieri per le mie ricerche. Non potendo più appoggiarmi ai comandanti della Benemerita, ed essendo cresciuto in maniera esponenziale il numero dei congiunti da ricercare, ho iniziato a rivolgermi ai quotidiani locali perché pubblicassero gli elenchi dei caduti. Molti hanno aderito alla mia iniziativa divulgando gli elenchi completi, altri, per problemi di spazi e di costi, hanno pubblicato solo un sunto della mia ricerca, invitando gli interessati a consultare il mio sito. Fino ad ora ho controllato, trascritto e riscontrato i dati di migliaia di Caduti. Molti parenti sono venuti a conoscenza del luogo di sepoltura dei loro cari tramite i Carabinieri, i giornali o Internet.

Lo scopo finale di questa mia lunga ricerca, è quello di raggiungere in maniera capillare le famiglie di tutti gli altri e di quelli che riscontrerò in futuro.

Dal 17 luglio 2011, oltre a contattare i quotidiani locali per fornire le liste dei caduti, ho deciso di pubblicare integralmente su questo blog gli elenchi fino ad ora controllati.


... NON HA IMPORTANZA QUALE FOSSE LA LORO DIVISA , QUALE RELIGIONE PROFESSASSERO O QUALI IDEE POLITICHE AVESSERO, QUANDO PENSO A LORO, RIESCO A VEDERE SOLO LE LORO MADRI ...

Le ricerche di singoli caduti.

Le ricerche di singoli caduti possono essere effettuate anche utilizzando la Banca Dati del Ministero della Difesa.

Per richiedere altre informazioni sui Caduti o sul rimpatrio dei Resti mortali: MINISTERO DELLA DIFESA - COMMISSARIATO GENERALE ONORANZE CADUTI IN GUERRA - Direzione Situazione e Statistica - Via XX Settembre, 123/a - 00187 ROMA

Mail: dss.direttore@onorcaduti.difesa.it - Tel. 0647355138 - 0647355135 - 0647355137 -0647355139 – 0647354287.

Le ricerche e gli elenchi riportati in questo blog riguardano esclusivamente i militari e i civili (politici e razziali) fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e deceduti in campi di concentramento o di internamento militare in Germania, Austria e Polonia. Negli elenchi inoltre risultano diversi “liberi lavoratori” che si trovavano nei territori del Terzo Reich e che perirono per cause di guerra.

Per avere informazioni sui caduti in Russia, i militari fatti prigionieri e internati dai soldati dell’Armata Rossa o i caduti su altri fronti, ci si deve rivolgere al Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra.

AUTORE: ZAMBONI ROBERTO

Autore e responsabile del sito: Roberto Zamboni

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I lettori di questo blog che dovessero riscontrare errori nei dati o problemi tecnici nel sito, possono inviare una segnalazione a:dimenticatidistato@gmail.com.

RICERCA COMPLETAMENTE AUTOFINANZIATA

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ULTIMO AGGIORNAMENTO 15 GENNAIO 2012

INSERITO L'ELENCO DEI CADUTI DI SALERNO E PROVINCIA - IN FASE DI RISCONTRO L'ELENCO DEI CADUTI DI TREVISO E PROVINCIA

WORK IN PROGRESS

WORK IN PROGRESS

Essendo il materiale di questa ricerca in corso di lavorazione, sussiste la possibilità che vengano apportate variazioni, aggiunte e/o tagli ai dati fino ad ora inseriti, questo per mantenere aggiornati gli elenchi nel caso si presentino nuovi elementi che rendano necessarie tali modifiche.


03 agosto 2011



"... morire sì, ma morire liberi, non bruciati, dormire sotto una zolla fresca ed una pia croce. Dolcissimo sogno. Morire, ma dopo aver rivisto i familiari, abbracciati i figli, la sposa, nel proprio casolare, in mezzo alle cose che ci furono care perché essenza della nostra vita e riposare nel piccolo cimitero dove dormono l'eterno sonno gli avi e gli amici..."
LAPIDE NEL CIMITERO DI MONTORIO VERONESE
Sul muro che fiancheggia il lungo viale che porta al camposanto del mio paese, s'intravedono, nascoste dall'edera, cento piccole lapidi. Ognuna di queste riporta il cognome, il nome e il grado, dei soldati che morirono durante i due conflitti mondiali. Le prime cinquantacinque sono dedicate a coloro che persero la vita durante la Grande Guerra, le rimanenti, a tutti quelli che, arruolati nel Regio Esercito, perirono tra il 1940 e il 1945. Le ultime sedici portano sul fondo l'incisione "Disperso". Ed è proprio su quella adiacente all'entrata del cimitero che, il due di novembre, giorno della Commemorazione dei Defunti, mia nonna si fermava e deponeva un fiore. "Soldato Zamboni Luciano - Disperso".

Ancora adesso non so cosa fece scattare in me, nel 1994, quella molla che mi avrebbe portato a ricercare notizie sul mio congiunto fino a rintracciarne i Resti facendoli rimpatriare. Iniziai leggendo tutto quello che si poteva trovare sui campi di concentramento ed in particolare su quello di Flossenbürg, che era il lager dove il mio parente era spirato. Cercai documenti che potessero aiutarmi nelle ricerche, e presi contatto con diversi ex deportati per avere chiarimenti e spiegazioni che sui libri non riuscivo a trovare. Una volta che ebbi le idee chiare su come, e in che direzione muovermi, iniziai a ricostruire gli ultimi mesi di vita di Luciano.


DIMENTICATI DI STATO


Vedersi portar via un figlio poco più che ventenne, per poi scoprire che è morto di stenti e maltrattamenti in un campo di concentramento, è sicuramente una cosa terribile. Non avere una tomba su cui piangerlo, è difficilmente sopportabile. Ma se la causa di ciò è dovuta ad una “ragion di Stato”, il tutto diventa inaccettabile.

Sono il nipote di un deportato morto nel campo di concentramento di Flossenbürg a soli 22 anni e da molto tempo ormai mi occupo della ricerca dei luoghi di sepoltura di coloro che, internati o deportati, morirono travolti dalla barbarie nazista. Dopo l’armistizio siglato dall’Italia con gli anglo-americani, annunciato dal Maresciallo Badoglio l’8 settembre 1943, 710.000 militari italiani dislocati in Patria e nelle zone di occupazione, furono fatti prigionieri dai tedeschi ed internati negli Stammlager e negli Oflager siti nei territori del Terzo Reich. Da quel momento avrebbero dovuto affrontare venti mesi di sfruttamento come forza lavoro in condizioni disumane, con turni massacranti e un regime alimentare decisamente insufficiente. Lo status di internati militari italiani, fino al luglio del 1944, contribuì oltremodo ad aggravare la loro situazione. Infatti la condizione di I.M.I. (sigla che sta per Italienische Militär-Internierten), non contemplata dalla Convenzione di Ginevra, impedì loro di ricevere ogni tipo di assistenza esterna, prevista invece per i Kriegsgefangenen o KGF, appunto i prigionieri di guerra. I nostri militari furono largamente utilizzati nell’industria bellica, bersagliata di continuo dai bombardieri alleati. Molti furono vittime delle incursioni aeree inglesi o americane, ma la maggior parte dei decessi fu causata dalle malattie. Tra le più riscontrate, quelle polmonari o altre patologie dovute alla scarsa e cattiva alimentazione che portò molti giovani al deperimento organico fino alla morte. I deceduti vennero sepolti nei cimiteri all’interno dei lager, ma molti furono inumati anche nei cimiteri comunali delle località dov’erano impiegati presso gli Arbeitskommando (comandi di lavoro esterni), in reparti separati dalle altre sepolture. Sorte ancor peggiore toccò ad altri 44.507 civili (23.826 ufficialmente identificati), 6.746 dei quali ebrei, che furono deportati in campi di concentramento (Konzentrationslager) o di sterminio (Vernichtugslager). Chi venne inviato in un Vernichtungslager, fu destinato in breve tempo, se considerato non idoneo al lavoro, a essere gasato con lo Zyklon B, un potente pesticida a base di acido cianidrico. Tutti gli altri, compresi coloro che furono imprigionati nei Konzentrationslager, furono sfruttati fino alla morte. Infatti, una circolare inviata a tutti i campi di concentramento il 30 aprile 1942, firmata dall’SS-Obergruppenführer Oswald Pohl, comandante dell’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (SS-Wirtschafts- und Verwaltungshauptamt), prevedeva il "Vernichtung durch Arbeit", cioè l’annientamento attraverso il lavoro. La quasi totalità dei deceduti in questi lager non ricevette una degna sepoltura e finì nei forni crematori. Solo verso la fine della guerra, a causa delle generali difficoltà di trasporto e di mancanza di carburante, i deceduti che si trovavano in sottocampi a notevole distanza dai campi centrali, non furono più trasportati ai crematori del lager dal quale dipendevano, ma trasferiti ai crematori delle città più vicine o sepolti nei cimiteri locali. Dopo le liberazioni dei lager in Polonia, Austria e Germania, inoltre, si dovette procedere tempestivamente ad inumazioni di massa in fosse comuni, per evitare il diffondersi di epidemie che avrebbero decimato i sopravvissuti e in alcuni casi furono utilizzati anche i forni crematori. Solo alcune centinaia di deportati ebbero il “privilegio” di una sepoltura dignitosa. Tutti questi nostri Caduti morirono dopo atroci patimenti, in ragione del loro pensiero, della loro religione o per la divisa che indossavano.

Nell’immediato dopoguerra, viste le enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, buona parte di questi giovani furono dati per dispersi. I parenti, ormai rassegnati all’idea della morte del loro caro, tentarono d’individuare almeno il luogo di sepoltura, in genere con scarsi risultati. I principali enti a cui si rivolsero furono la Croce Rossa Internazionale e il Vaticano. Già dal settembre del 1939, papa Pio XII mise in piedi l’Ufficio Informazioni Vaticano per rintracciare notizie sui nostri connazionali dei quali si erano perse le tracce. A quest’ufficio si rivolsero oltre due milioni di parenti in cerca di qualche indizio sul loro congiunto, internato o deportato dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, o dagli anglo-americani, prima di questa data. Altro pilastro su cui si fondarono le indagini sui dispersi, fu la Croce Rossa Internazionale, che aveva raccolto nei propri archivi di Bad Arolsen (Germania) tutta la documentazione inerente ai campi di concentramento. Tutto ciò che era stato salvato dalla distruzione nazista prima della disfatta, era stato archiviato ad Arolsen. Purtroppo, anche avendo rintracciato la tomba di un congiunto, i problemi logistici e, non secondariamente quelli economici, non consentirono ai parenti di attivarsi per poter rimpatriare i Resti dei loro Caduti.

Intanto in Italia stava prevalendo la ragion di Stato.

Era iniziata la guerra fredda. Nel mondo suddiviso in due blocchi, la nuova Germania doveva entrare nella Nato, come baluardo contro l’avanzata sovietica. Si preferì tacere i crimini commessi dal nazismo ed aprire una nuova pagina. Un esempio evidente della volontà di lasciar scorrere il tempo su fatti che potevano pregiudicare il nuovo assetto, si può facilmente riscontrare con il ritrovamento di un armadio (il cosiddetto armadio della vergogna) rinvenuto per caso nel 1994 in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi-Gaddi, in Via degli Acquasparta a Roma, nella cancelleria della procura militare, contenente un archivio con 695 fascicoli riguardanti crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l'occupazione nazi-fascista e occultati subito dopo la guerra. Solo ed esclusivamente la ragion di Stato avrebbe potuto spiegare l’approvazione di una legge, firmata dal Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi nel gennaio del ’51, con la quale si vietava il rimpatrio delle salme dei caduti in guerra. La seconda parte dell’articolo quattro, della Legge 9 gennaio 1951, n.204, recitava: “Le Salme definitivamente sistemate a cura del Commissario generale non possono essere più concesse ai congiunti”. Dall’entrata in vigore di questa normativa assurda, chi avesse avuto un parente morto in un campo di prigionia per mano tedesca, traslato senza il consenso dei parenti, in uno dei cimiteri militari italiani gestiti dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Ministero della Difesa), non avrebbe più avuto la possibilità di rimpatriarne le Spoglie.
LAPIDE NEL CIMITERO MILITARE ITALIANO DI MAUTHAUSEN
Il 23 ottobre 1954, fu firmata a Parigi da Mendes France per la Repubblica francese e Konrad Adenauer per la Repubblica Federale tedesca una convenzione, per la ricerca e la raccolta delle vittime della deportazione in cimiteri d'onore. Grazie alla documentazione del Servizio Internazionale di Ricerche della Croce Rossa, al grandissimo e difficoltoso lavoro di esumazione e riconoscimento dei caduti, da parte della Missione francese del Ministère des Ancients Combattants et Victimes de Guerre, alla collaborazione di Uffici Civili e Religiosi locali e alla cooperazione del governo federale tedesco, nel biennio 1957/1958 il Commissariato Generale Onoranze Caduti in guerra (Ministero della Difesa) riuscì a dare un nome alle salme dei caduti italiani inumate nei luoghi di sepoltura sparsi per la Germania, facendole traslare nei cimiteri militari italiani di Monaco di Baviera (1.406 Caduti), Francoforte sul Meno (4.689 Caduti), Berlino (1.150 Caduti) e Amburgo (5.072 Caduti).
CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE DI MONACO DI BAVIERA


CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE DI FRANCOFORTE SUL MENO
CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE DI BERLINO

ISCRIZIONE CHE SI TROVA NEL CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE DI BERLINO
BERLINO - CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE - LAPIDE DEDICATA A DON FRACCARI, SACERDOTE VERONESE CHE A BERLINO SI PRODIGÒ IN TUTTI I MODI PER QUANTI AVEVANO BISOGNO; IDENTIFICÒ MIGLIAIA DI CADUTI DANDONE NOTIZIA ALLE FAMIGLIE CHE NULLA SAPEVANO; DURANTE IL PERIODO BELLICO SI RECÒ NEI LAGER A RISCHIO DELLA PROPRIA VITA MERITANDOSI L’APPELLATIVO DI «ANGELO DI BERLINO», ORGANIZZÒ IL RIENTRO IN ITALIA DI MOLTE PERSONE; FU AMBASCIATORE DELLA CROCE ROSSA E PER BREVE PERIODO ANCHE CONSOLE D’ITALIA IN GERMANIA; RACCOLSE UNA MESSE ENORME DI MATERIALE STORICO ORA CUSTODITA IN VATICANO.
CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE DI AMBURGO



In Austria le salme furono inumate nel Cimitero Militare Italiano di Mauthausen (2.372 Caduti).


ENTRATA PRINCIPALE DEL CMI DI MAUTHAUSEN


CIMITERO MILITARE ITALIANO DI MAUTHAUSEN
MONUMENTO AI CADUTI SEPOLTI A MAUTHAUSEN


In Polonia le salme furono sepolte nel Cimitero Militare di Bielay (1.390 Caduti).


CIMITERO MILITARE ITALIANO DI BIELANY/VARSAVIA (foto by www.arido.eu)
BIELANY / VARSAVIA (Foto by www.arido.eu)
Di questi ne furono rimpatriati, prima del divieto del 1951, 1.435 dall’allora Germania Occidentale, 1.717 dalla Germania Orientale e 233 dall’Austria. Non risultarono essere state rimpatriate salme dalla Polonia. Oltre ai militari, furono recuperate le spoglie dei deportati civili morti nei giorni successivi le liberazioni dei lager, durante le famigerate marce di trasferimento dopo l'evacuazione dai KZ (le cosiddette marce della morte) o deceduti nei giorni appena precedenti la liberazione dei campi di concentramento. Inoltre furono rintracciati i luoghi di sepoltura dei liberi lavoratori italiani (o coatti), e dei loro congiunti, deceduti per cause di guerra nei territori del Terzo Reich. Per almeno 429 di loro fu possibile un’identificazione certa con la conseguente sepoltura nei cimiteri militari. Per altri 1.168 nostri connazionali non fu possibile l’estumulazione perché sepolti in fosse comuni, o inumati in condizioni da non poter agevolmente individuare le singole salme. Dati per “inesumabili”, i loro corpi si trovano tuttora sepolti in cimiteri minori. In tutto i Caduti italiani raccolti nei sei sacrari militari citati furono 16.079. Buona parte dei parenti di questi Caduti non venne mai a sapere della traslazione dei loro congiunti, rimanendo in attesa di chi non sarebbe più potuto tornare, né da vivo né da morto. Tutti quelli che furono informati, ricevettero la lettera dal Ministero della Difesa a cose fatte.


Mio zio era uno dei tanti "DIMENTICATI DI STATO".


 LUCIANO ZAMBONI 03.02.1923 / 04.05.1945
LUCIANO
Figlio di contadini e primo di quattro fratelli, Luciano era nato il 3 febbraio 1923 a Trezzolano di Mizzole, un paesino nella provincia di Verona. Negli anni '30 si era trasferito, con i genitori, la sorella e i due fratelli, a Montorio, al numero sette di Via dei Platani. Nato e cresciuto con il fascismo aveva subito passivamente la dittatura, adattandosi come la maggior parte degli italiani alle regole dettate dagli uomini con la camicia nera. Era un ragazzo come tanti, con i desideri e le passioni dei ventenni di quell'epoca. Negli anni bui della guerra le cose non andavano certamente bene ma, sbarcando in qualche maniera il lunario, si riusciva a sopravvivere abbastanza serenamente. A Verona avevano ripreso a funzionare gli uffici di leva il 20 ottobre 1943, ed il 9 novembre fu pubblicato il primo ordine di chiamata alle armi. L'obbligo di presentazione presso il distretto militare era indirizzato alle classi 1923, 1924 e 1925.


LUCIANO, IL SECONDO DA SINISTRA IN PIEDI

La tranquillità in casa Zamboni fu incrinata, nel novembre del 1943, dall'arrivo della cartolina precetto che intimava a Luciano di presentarsi per il richiamo alle armi. La drammaticità della cosa stava proprio nello stabilire cosa fare. Migliaia di giovani con quella cartolina in mano, si trovarono a dover prendere delle decisioni non facili. La loro sorte e quella dei propri familiari sarebbero dipese dalle loro scelte. La maggioranza di coloro che si costituì, lo fece per timore di ritorsioni verso i propri cari. Infatti, i genitori o i fratelli dei renitenti alla leva potevano essere arrestati e trattenuti come ostaggi. Questo status li metteva nella condizione di poter essere fucilati in caso di rappresaglia. In seguito sarebbe stata pubblicata un'ordinanza, il cosiddetto "Bando Graziani", che prevedeva per renitenti e disertori la pena di morte mediante fucilazione, da eseguirsi, come recitava l'articolo cinque del bando, nel luogo stesso di cattura del disertore o nella località della sua abituale dimora. Alle parole seguirono i fatti. Così anche nel veronese si venne a conoscenza di fucilazioni di giovani che avevano tentato di sfuggire alla chiamata o che dopo essersi arruolati avevano disertato. In quel periodo ci fu chi si arruolò volontario nel neonato esercito di Salò cercando la “bella morte”, chi si diede alla macchia aggregandosi ai gruppi partigiani, chi disertò tentando di sottrarsi in tutte le maniere all'arruolamento coatto, e chi non fece nulla e mise la propria vita in mano agli eventi e al fato. Ognuno fece le scelte che reputava più giuste e pagò di conseguenza.
Luciano decise di presentarsi e nel gennaio del 1944 fu inviato al Centro Addestramento Aeronautico di Sacile (Pordenone). Dopo alcuni mesi fu trasferito alla Caserma Aeronautica di Casarsa (3ª Compagnia - 3° Plotone - 10ª Squadra), e infine al 14° Centro Avvistamento (Posta da Campo n. 765) presso Firenze, da dove disertò giungendo a Verona dopo aver percorso buona parte della strada a piedi. Era il giugno del 1944. Per più di due mesi rimase nascosto presso la casa di uno zio e alla fine di settembre del 1944 si presentò alla Todt, l’organizzazione tedesca che provvedeva alla costruzione di fortificazioni e sbarramenti e che dava da lavorare a chiunque ne facesse richiesta, fosse questo un renitente, un disertore o uno sbandato. Chi veniva assunto, con un po' di fortuna, riusciva a trattenere il lasciapassare emesso dall'organizzazione anche dopo il licenziamento. Con quest'accortezza molti riuscirono a proteggersi dai rastrellamenti.
Fu inviato sul Monte Altissimo di Nago, a nord del Lago di Garda, e fu impiegato nella costruzione di trincee e opere di difesa militare. Nonostante i suoi compagni di lavoro avessero tentato in ogni maniera di dissuaderlo, e pur essendo conscio dei rischi che correva, prese la decisione di tornare a casa, abbandonando il posto di lavoro e dirigendosi verso Verona. Il 16 dicembre 1944, nei pressi della linea ferroviaria Caprino-Verona, fu fermato e arrestato da alcuni militi della XXIª Brigata Nera “Stefano Rizzardi”. Dopo un interrogatorio sommario fu consegnato alle SS, trasferito a Verona e imprigionato nel forte di San Mattia, che era uno dei tre forti costruiti dagli austriaci nel 1838 sulla collina veronese e che i nazifascisti, nel periodo repubblicano, avevano adibito a prigione. Il 27 dicembre 1944 fu portato al Palazzo INA dove aveva sede il Comando Generale SS e Polizia di Sicurezza (Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des Sicherheitsdienst -B.d.S Italien) e il 12 gennaio 1945 fu trasferito al campo di concentramento di Bolzano, in località Gries. La mattina del 19 gennaio 1945, Luciano e altri 358 prigionieri furono caricati su camion e portati alla stazione ferroviaria di Bolzano dove li attendeva un treno merci, scortato da militi SS e polizia altoatesina, che aveva come destinazione finale il campo di concentramento di Flossenbürg.
Era il pomeriggio del 23 gennaio 1945 e dai vagoni oltre ai vivi furono scaricati anche una decina di morti. Mio zio, con gli altri prigionieri, fu fatto scendere e avviato a piedi verso il campo di concentramento che si trovava a qualche chilometro più in alto rispetto alla stazione ferroviaria. All’arrivato nel lager, dovette subire la procedura standard prevista per ogni deportato che entrasse in un lager. Fu spogliato di ogni avere, dei vestiti e della dignità, rapato, rasato e lavato. Gli venne fornito il vestiario e, trasferito al blocco 20, immatricolato. Luciano ebbe il numero di matricola 43738 e il triangolo rosso con la "I" nera che lo classificava come prigioniero politico italiano.


Flossenbürg era un campo di concentramento "principale", dal quale i deportati erano smistati in sottocampi, detti "Kommandos" per essere impiegati nei lavori più svariati. Dopo il periodo di "quarantena", vale a dire l'intervallo che precedeva il decentramento, che era di alcune settimane, generalmente i prigionieri venivano inviati ai sottocampi, ma Luciano fu trattenuto a Flossenbürg. Chi rimaneva, era utilizzato in attività interne al campo o impiegato in lavori di scavo o di fatica all'esterno del lager e principalmente presso la famigerata cava di granito. Il 22 marzo 1945 fu trasferito al lager di Natzweiler (Alsazia) e decentrato presso il sottocampo di Offenburg. Proprio in quel periodo i Kommandos esterni di Natzweiler furono evacuati per l'avanzata delle truppe alleate. Quasi tutti gli internati, a piedi o in treno, furono trasferiti a Dachau. Luciano, assieme ad altri prigionieri, fu riportato a Flossenbürg, dove arrivò il 6 aprile. Far intraprendere un viaggio così lungo a dei deportati che si trovavano già da due mesi in campo di concentramento in quel periodo della guerra, cioè quando le condizioni nei campi erano diventate disastrose, voleva dire quasi certamente condannarli a morte. Mio zio dovette affrontare nel giro di quindici giorni il tragico trasporto di quasi 900 chilometri, che lo portò da Flossenbürg a Natzweiler e ritorno. Posso solo immaginare quali fossero le sue condizioni al rientro. Fu sicuramente questo il motivo per il quale non partecipò all'evacuazione del campo, la cosiddetta "marcia della morte".

Infatti, il 20 aprile 1945, il comandante del campo di Flossenbürg, l’SS-Obersturmbannführer Otto Max Kögel, ordinò l’evacuazione e i 14.800 prigionieri in grado di camminare, furono incolonnati e avviati a piedi verso sud. Dei 1526 internati che rimasero nel lager, dei quali 46 erano italiani (tra questi mio zio), circa la metà era ammalata di tubercolosi o di tifo e gli altri, a giudizio dei carnefici nazisti, con un piede già nella fossa, non avrebbero vissuto abbastanza da vedere i loro liberatori. Luciano era ancora vivo quando, la mattina del 23 aprile 1945, una compagnia della 97ª Divisione di Fanteria dell'esercito americano liberò il campo di concentramento di Flossenbürg. Il 4 maggio 1945, dodici giorni dopo la liberazione del lager, mio zio morì.



ARTICOLO TRATTO DA "LA VOCE DELL'ADIGE" DEL 22 GIUGNO 1945

Morì da uomo libero e sicuramente circondato dall'affetto e non dall'indifferenza com’erano morti a migliaia nei mesi precedenti i suoi compagni di prigionia. Parte dei deceduti dal 23 al 30 aprile furono cremati. Molti furono sepolti in fosse comuni nel territorio occupato dal campo di concentramento. Lo stesso giorno in cui morì mio zio, nel cimitero del paese di Flossenbürg, furono inumate le prime 21 salme di prigionieri (tra queste anche anche quella di mio zio) che sopravvissero alla liberazione ma che poco dopo spirarono a causa delle vessazioni subite. Su ognuna delle 120 tombe che accolse quel cimitero fu apposta una piccola lapide col nome dell'ex deportato defunto.
Il 12 marzo 1958 i resti di quattro deportati italiani furono trasferiti dal cimitero del paese di Flossenbürg al Cimitero Militare Italiano d’Onore a Monaco di Baviera. Uno di questi era Luciano.
LAPIDE NEL CIMITERO DI MONACO DI BAVIERA
1996

L'indirizzo da contattare per rimpatriare le Spoglie del mio congiunto mi fu dato da un generale in congedo di Firenze, che qualche anno prima aveva tentato inutilmente di far rientrare in Italia le spoglie di un soldato morto in un campo per internati militari. Lo stesso generale mi aveva messo al corrente dell'esistenza di una legge che impediva da più di cinquant'anni i rimpatri. Incredulo, chiesi informazioni al Console Andrea G. Mochi Onory di Saluzzo, del Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, che mi invitò a contattare il Ministero della Difesa. Il primo di luglio del 1997 scrissi al Commissariato Generale Onoranze Caduti in guerra, chiedendo delucidazioni. Il direttore dell'Ufficio Situazione e Statistica, il Colonnello Antonio Santini, dopo aver attestato che le Spoglie di Luciano si trovavano effettivamente nel Cimitero Militare Italiano d'Onore di Monaco, mi confermò l'esistenza di quella famigerata legge.


La seconda parte dell'articolo quattro, della legge 9 gennaio 1951, recitava: "Le salme definitivamente sistemate a cura del Commissario generale non possono più essere concesse ai congiunti".


Era assurdo che qualcuno potesse negare ai parenti di chi aveva vissuto l'inferno dei campi di concentramento il sacrosanto diritto di poter riavere le sue Spoglie. Inumato in prima sepoltura a Flossenbürg, nessuno dei miei congiunti era riuscito a stabilire con certezza se in quella tomba fosse stato sepolto proprio mio zio. Infatti, sul registro dei decessi del Comune di Flossenbürg risultava un nome storpiato (Jamboni) rispetto all’originale, cosa che aveva lasciato dei dubbi su quella sepoltura. Solo con i successivi riscontri fatti presso il Servizio Internazionale di Ricerche della Croce Rossa si potè stabilire con certezza che la salma sepolta nel cimitero comunale apparteneva al mio parente. Di conseguenza era rimasto sepolto in quel cimitero fino al 1958, anno in cui, su ordine del Commissariato Generale, i resti erano stati riesumati e traslati nel cimitero di Monaco. Il Ministero della Difesa non si era premurato di avvertire i miei parenti della traslazione, della quale vennero a conoscenza anni dopo, per puro caso. Dopo tutto questo, ci veniva rifiutato un diritto umanamente innegabile, quello di riavere quei poveri resti. Il 15 dicembre 1997 inviai una mia richiesta d’aiuto per la modifica all'articolo di legge sopraccitato, al Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante.


Violante, con molta disponibilità consegnò copia della mia lettera ai presidenti dei gruppi parlamentari, auspicando che qualcuno di questi si attivasse presentando una proposta di legge. In attesa che qualcuno accogliesse positivamente la mia iniziativa, presentai due petizioni che andavano nella stessa direzione, una al Senato e una alla Camera.


Il 10 marzo del 1998, l'Onorevole Giuseppe Pisanu, del Gruppo Parlamentare di Forza Italia, mi contattò, informandomi che l'Onorevole Lavagnini aveva presentato un disegno di legge col quale chiedeva l'abrogazione dell'articolo sopraccitato, e la modifica che avrebbe permesso il rimpatrio delle salme dei Caduti in guerra sepolte nei cimiteri militari all'estero dal Commissariato Generale.


Nel frattempo anche la mia petizione era stata accorpata alla proposta di legge Lavagnini.


La proposta di legge fu approvata alla Camera dei Deputati il 26 maggio 1999 e trasmessa al Senato il giorno seguente. Il 29 settembre 1999 anche il Senato approvava il disegno di legge.


Il 22 ottobre 1999 la legge fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana divenendo esecutiva come legge 14 ottobre 1999, n. 365.


Nonostante la nuova normativa prevedesse, ingiustamente, che le spese fossero totalmente a carico degli interessati, ora, era possibile far rientrare tutti i caduti sepolti all’estero. Solo in un secondo tempo venni a sapere che la legge era stata approvata in tempi brevissimi (i tempi burocratici che riguardano la legislazione ordinaria in genere sono biblici) anche grazie all'interessamento diretto del Capo della Comunità Ebraica di Roma, Sandro Di Castro, sollecitato dal nipote di un ex deportato ebreo, sepolto nello stesso cimitero dov'era stato sepolto mio zio. Dopo oltre due anni dalla mia prima richiesta, il 2 di novembre 1999 scrissi al Commissariato Generale per avere chiarimenti sul rimpatrio.


Dopo svariati ritardi per cause “logistiche”, finalmente, il 17 agosto 2000, potei inviare al Ministero della Difesa la richiesta di traslazione per riavere i poveri resti di mio zio. Dopo aver versato 1.600.000 Lire sul conto corrente intestato al Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera, somma che sarebbe servita a coprire tutte le spese per la riesumazione e il rimpatrio, mi arrivò la telefonata che tanto attendevo.
RITORNO A CASA

Verso la fine di novembre del 2000 fui avvisato dal Capitano di Corvetta Giovanni Mingardo, del Commissariato Generale, che in quei giorni si sarebbe proceduto a riesumare e rimpatriare, dal Cimitero Militare Italiano di Monaco di Baviera, i resti di Luciano. Questi sarebbero stati fatti sbarcare all'aeroporto di Venezia, evitandomi così un inutile viaggio fino a Roma, presso il Sacrario Militare del Verano, dove generalmente venivano portate le cassette-ossario dei Caduti in guerra, una volta rimpatriate. Lì sarebbero stati custoditi nell'attesa che fossi andato a ritirarli. Il 2 dicembre 2000 mi recai all'aeroporto Marco Polo dove, con un volo della Lufthansa, era stata portata la cassetta-ossario contenente quello che rimaneva del mio povero zio. Arrivai agli uffici della Lufthansa Cargo di buon'ora e la segretaria mi consegnò tutta la documentazione che doveva essere vistata dal dirigente dell'Ufficio di Sanità per il rilascio di un nulla osta sanitario. Mi recai presso l'Ufficio di Sanità Marittima ed Aerea di Venezia ed il dirigente preposto mi rilasciò i documenti necessari. Con l'incartamento regolarizzato tornai all'aeroporto per il ritiro di quello che, secondo tutte le carte che mi trovavo tra le mani, era considerato un semplice "pacco". La cassetta era stata scaricata dal volo LH 3792 della Lufthansa proveniente da Monaco, portata nei magazzini dell'aeroporto e lì custodita. Dopo aver presentato i documenti per il ritiro, il magazziniere mi accompagnò in un capannone e cominciò la ricerca. Era deprimente trovarsi in mezzo a colli d'ogni genere, sapendo che si stava cercando quello che un tempo era stato un ragazzo forte ed in salute, racchiuso ora in una "scatoletta" alta e profonda 25 centimetri e larga poco più di mezzo metro. Inoltre il ragazzo addetto alla consegna cercava e non riusciva a capire cosa stesse cercando. Io stavo zitto e lo seguivo con lo sguardo. Ad un certo punto lo vidi trasalire. Girando e rigirando tra le mani le carte che gli avevo consegnato si era accorto di qualcosa: ciò che stava cercando erano dei "human remains", per l'appunto dei resti umani. Sbiancò, immediatamente si scusò e mi condusse in fondo al capannone dove ai piedi di un tricolore erano state collocate due cassette di legno di pino. Su una delle due era stato scritto con un gessetto bianco "Luciano Zamboni". Era tutto ciò che rimaneva di mio zio. Dopo aver subìto il carcere, le botte, le torture, l'inferno del campo di concentramento ed un "sequestro di Stato" durato più di 50 anni, mio zio era stato depositato come un pacco postale nello squallido magazzino di un aeroporto. Non mi aspettavo di trovare fanfare o picchetti d'onore, ma sarei stato felice se lo avessero almeno messo in un luogo isolato dal resto del deposito, fingendo un po' di compassione e rispetto per quei miseri resti e per chi li sarebbe andati a ritirare. Presi la cassetta senza dire una parola e mi avviai verso l'uscita. A differenza di chi, al Ministero della Difesa, qualche giorno prima le aveva definite "solo quattro ossa mineralizzate", per me quei poveri Resti erano una importante parte del mio passato famigliare. Mia madre in quel periodo era ammalata di cancro in fase terminale ed era bloccata nel letto di casa senza la minima possibilità di muoversi. Sapevo che le avrei fatto un regalo inimmaginabile se le avessi permesso di abbracciare le Spoglie di quel cognato di cui mi aveva lungamente parlato. Contravvenendo a tutti i regolamenti cimiteriali, portai quella cassettina a casa di mia madre per un ultimo saluto. Per mio padre, fratello di Luciano, fu un regalo enorme e fu una delle poche volte che lo vidi piangere. Potrebbe sembrare stupido ma era mio desiderio tenere mio zio almeno per un giorno avvolto dal calore della sua famiglia. Cosi feci. Il giorno seguente avvolsi la cassetta nel tricolore e la portai nel cimitero dove riposavano ormai da molti anni i suoi genitori. Nel suo ultimo viaggio fu accompagnato dai parenti, da chi lo aveva conosciuto ed amato e da chi aveva patito con lui le sofferenze dei campi di concentramento. Tra questi ultimi c'era il Presidente della sezione veronese dell'Associazione Nazionale ex Deportati, il Signor Gino Spiazzi, che era arrivato a Flossenbürg sullo stesso convoglio di mio zio. Dal campo di smistamento di Bolzano a quello di Flossenbürg e fino al suo trasferimento al sottocampo di Zwickau, quest'uomo aveva condiviso con mio zio la fame e la sete, il freddo, le botte, le umiliazioni e la paura di poter essere ucciso in qualsiasi istante. Le sue parole mi toccarono particolarmente perché ciò che raccontava era quello che avrebbe potuto raccontare Luciano se fosse tornato. Inoltre, tra i partecipanti che si erano accalcati nella cappella del cimitero per la celebrazione del rito funebre, c'erano anche alcuni ex internati e dei rappresentanti d'associazioni locali combattentistiche e d'arma con i loro labari. Una persona particolarmente commossa, il signor Sabaini, che assieme a Luciano era stato portato con l'Organizzazione Todt sul Monte Altissimo a scavare trincee, lesse una bellissima poesia scritta di suo pugno che ricordava quei tragici eventi. Una volta terminata la breve cerimonia mi diressi nel luogo dove le Spoglie mortali sarebbero state tumulate, avvolte nella bandiera italiana sovrastata dal foulard a strisce grigie ed azzurre con al centro il triangolo rosso simbolo degli ex deportati politici, per l'estremo saluto. Fu una funzione intima e commovente, pregna di ricordi del passato. Qualche anno prima, su un libro avevo letto la frase di un ex deportato di Flossenbürg, arrivato in quel campo di concentramento anche lui il 23 gennaio 1945, che diceva: "... morire sì, ma morire liberi, non bruciati, dormire sotto una zolla fresca ed una pia croce. Dolcissimo sogno. Morire, ma dopo aver rivisto i familiari, abbracciati i figli, la sposa, nel proprio casolare, in mezzo alle cose che ci furono care perché essenza della nostra vita e riposare nel piccolo cimitero dove dormono l'eterno sonno gli avi e gli amici...". Per Luciano, almeno in parte, questo sogno si era avverato.


CASSETTA OSSARIO CON I RESTI DI LUCIANO
ALTRI DIMENTICATI DI STATO

Il 28 dicembre 2000 fu pubblicata sul quotidiano "La Repubblica" una mia lettera con la quale informavo della modifica alla legge 204/51 che dava la possibilità, a chi fosse interessato, di rimpatriare i propri cari sepolti nei cimiteri militari italiani in Germania. Informai anche il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, l'Associazione Nazionale ex Deportati, l'Associazione Nazionale ex Internati e l'Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi in guerra. Avendo raccolto negli anni precedenti parecchio materiale riguardante anche altri ex deportati sepolti nei cimiteri militari di Monaco, Francoforte sul Meno e Amburgo, ed avendo intenzione di ricercare i loro parenti per informarli sul luogo di sepoltura dei loro cari e della possibilità di rimpatriarne i Resti, feci richiesta al Direttore dell'Amministrazione dei Cimiteri di Monaco di un ulteriore riscontro alla mia documentazione, iniziando dai dati dei 20 italiani morti a Flossenburg (o suoi sottocampi) e sepolti nel Cimitero Militare Italiano d'Onore di Monaco di Baviera.



Visti i risultati positivi, inviai alla stessa amministrazione cimiteriale i dati anagrafici e di sepoltura di altri 196 deportati morti nei campi di concentramento di Natzweiler e Dachau o loro sottocampi. A dicembre del 2001 ricevetti la risposta che confermava appieno i miei dati.


Era un'ulteriore riprova che tutta la mia documentazione era esatta. Il 26 luglio 2001 scrissi con il Brig. Gen. Antonio Santini presso il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra (Ministero della Difesa) a Roma, richiedendo e ricevendo informazioni sull'ubicazione delle posizioni tombali dei nostri connazionali sepolti nel Cimitero Militare Italiano di Monaco.


Visto che questa mia ricerca procedeva positivamente e avendo riscontrato che il Ministero della Difesa, contrariamente a quanto pensavo, sembrava dimostrarsi collaborativo, richiesi una serie di dati specifici sui Caduti, pensando così di poter evitare di scrivere di volta in volta alle Amministrazioni cimiteriali per avere conferma sui miei dati. A questa mia richiesta ricevetti un gentile “no grazie”.


Sapevo che il Commissariato Generale non aveva nessun diritto di negarmi quanto chiesto, ciò nonostante, avendo molte altre cose in cantiere, momentaneamente sorvolai. Tra il dicembre 2000 e il dicembre 2001, avevo inviato 118 richieste di ricerca ai Comandanti dei Carabinieri delle Stazioni o dei Comandi situati nei luoghi di nascita degli ex deportati da me fino a quel momento rintracciati. Ricevetti ben presto le prime risposte. In alcuni anni sarei riuscito a ritrovare i parenti di 44 Caduti. Solamente alcuni di questi erano a conoscenza che le spoglie del loro parente si trovavano sepolte in un cimitero militare e nessuno di loro, ovviamente, sapeva dell'esistenza della possibilità di poterne rimpatriare le Spoglie. Nel 2002 rinnovai la mia richiesta di documentazione al Ministero della Difesa che per l’ennesima volta rispose “picche”.


Il primo luglio 2003, continuai le ricerche, rivolgendo la mia attenzione ai cimiteri militari di Amburgo e Francoforte sul Meno, dove sapevo erano stati sepolti altri ex deportati. Presi contatto con i consolati e ricevetti una tempestiva risposta. Anche in questo caso i nominativi dei sepolti nei due sacrari coincidevano con quelli in mio possesso.


A metà luglio 2003, mi telefonò il direttore della Sezione Ricerche dell'Associazione Nazionale ex Deportati (Italo Tibaldi) che mi chiese, venuto a conoscenza del lavoro da me svolto, di collaborare con l'associazione, controllando e sistemando una parte dei nominativi degli italiani deportati nei campi di concentramento nazisti. Verificai e digitalizzai i dati anagrafici e riguardanti la deportazione di 19.108 italiani, deportati nei lager di Mauthausen e Dachau. Alla fine tutto il materiale sarebbe servito come contributo alla nascita del più completo e scrupoloso lavoro pubblicato dalla fine della guerra (Il Libro dei Deportati – Mursia 2009). Questo lavoro mi impegnò per dieci mesi, fino al maggio del 2004, permettendomi di avere delle ulteriori conferme sui dati in mio possesso riguardanti i caduti sepolti nei cimiteri militari italiani in Germania.

Il lavoro da me svolto e tutte le informazioni necessarie ai rimpatri dei caduti le pubblicai su un sito Internet.

E fu proprio grazie a questo primo sito che cominciai a ricevere decine di mail di persone che cercavano i luoghi di sepoltura dei loro cari. Generalmente si trattava di internati militari, dei quali possedevo pochissima documentazione ed ero costretto a girare le richieste al Ministero della Difesa.

Vista l’esperienza acquisita, valutai l’opportunità di ricominciare le mie ricerche estendendole ai caduti militari.

Tra il 2007 e il 2008 acquisii 2.100.000 schede di ricerca che si trovavano presso l’Archivio Segreto Vaticano. Riuscii ad avere la precedenza di ricerca negli archivi della Croce Rossa Internazionale (CICR), grazie all’immensa disponibilità della Dottoressa Marie Mériaux, archivista del CICR, per quanto riguardava i caduti militari dei quali non risultasse il luogo di sepoltura al Ministero della Difesa.


A questo punto per poter lavorare agevolmente avevo bisogno dei documenti archiviati presso il Commissariato Generale. Essendo l’unico ente preposto a tale compito ed unico possessore dei carteggi riguardanti i Caduti, chiesi al Ministero della Difesa se, dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, avesse informato i congiunti di dov’erano stati sepolti i loro cari e dell’opportunità di poterne rimpatriare i Resti.


Vista la risposta negativa e consapevole che i documenti richiesti erano a mio parere accessibili a qualsiasi ricercatore, mi vidi costretto a rivolgermi alla Commissione per l’Accesso ai Documenti Amministrativi, chiedendo un intervento.


Dalla commissione fu inviata copia della mia lettera al Ministero della Difesa che provvide ad inviarmi la documentazione richiesta.




Nel gennaio 2009, intrapresi una nuova e più approfondita ricerca dei luoghi di sepoltura dei caduti in Germania, estendendola anche all’Austria ed alla Polonia. Iniziai a contattare le varie amministrazioni comunali, nei cimiteri delle quali risultavano essere stati sepolti altri caduti italiani, che nel biennio 1957/1958, non erano stati traslati nei cimiteri militari italiani d’onore, dal Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra. Dai consolati e dalle ambasciate che fecero da tramite, venni a conoscenza che la quasi totalità di questi poveri ragazzi erano considerati “inesumabili” a causa della sepoltura frettolosa e approssimativa che subirono dopo la loro morte.
Ai primi di novembre del 2009, con un ritardo di oltre cinquant’anni, il Commissariato Generale finalmente pubblicò la Banca Dati dei nostri Caduti, rendendo noti i nomi e i luoghi di sepoltura di tutti quei “DIMENTICATI DI STATO”.
2010

Il mio lavoro continua catalogando, riscontrando e verificando gli elenchi in mio possesso per poterli rendere pubblici.



ALTRA LEGGE DA CAMBIARE

La nuova legge 365/99, prevede tuttora, ingiustamente, che tutte le spese di riesumazione e rimpatrio siano a carico dei richiedenti.

Per cambiare lo stato delle cose, mi sto prodigando in una ennesima battaglia legislativa che ha come scopo quello di addebitare alle Istituzioni ogni onere economico riguardante la riesumazione e il rimpatrio dei nostri Caduti.
15 dicembre 2000 - Invio una petizione al Senato della Repubblica auspicando la modifica al secondo comma dell'articolo 4 della legge 9 gennaio 1951 e chiedendo che le spese siano addebitate allo Stato (petizione riproposta nel settembre 2001).

Lo stesso giorno invio una lettera all'Onorevole Luciano Violante invitandolo nuovamente a darmi una mano.


12 gennaio 2001 – L’Onorevole Violante gira copia della mia lettera ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari della Camera. Il suo intervento avrebbe convinto tre deputati ed un senatore a presentare delle proposte di legge per l’addebito allo Stato.

17 gennaio 2001 - Viene annunciata all’Assemblea del Senato la petizione da me inviata (n° 847) per il rimpatrio delle salme e fu assegnata alla 4^ Commissione permanente (Difesa).
Nel frattempo scade il mandato del Governo in carica.

E di seguito…

XIV Legislatura dal 30 maggio 2001 al 27 aprile 2006.

1 agosto 2001 – L’Onorevole Tiziana Valpiana, da me contattata, presenta una proposta di legge per il rimpatrio delle salme, con spese a carico dello Stato (depositata presso la 4^ Commissione Difesa).


24 settembre 2001 – Viene annunciata all’Assemblea della Camera dei Deputati la petizione da me inviata (n° 32), e viene assegnata alla 4^ Commissione Difesa.

27 settembre 2001 - Viene annunciata all’Assemblea del Senato della Repubblica la petizione da me inviata (n° 22), e viene assegnata alla 4^ Commissione Difesa.

10 febbraio 2003 – Invio un sollecito al Presidente della 4^ Commissione Difesa alla Camera. Nella risposta il Presidente Ramponi, specifica che senza copertura finanziaria la proposta presentata dalla Valpiana difficilmente potrà passare.


14 maggio 2003 – L’onorevole Enzo Raisi, presenta una proposta di legge per il rimpatrio delle salme, con spese a carico dello Stato (depositata presso la 4^ Commissione Difesa).

7 ottobre 2003 – L’onorevole Piero Ruzzante, da me contattato, pone la firma sulla proposta di legge Valpiana, chiedendone la calendarizzazione rapida alla Commissione Difesa.

20 ottobre 2003 – l’Onorevole Roberta Pinotti, da me contattata, sollecita il Vicepresidente (Onorevole Lavagnini) per inserire al più presto la discussione della proposta di legge.

26 dicembre 2003 – Chiedo l’intervento di un esponente di rilievo della comunità ebraica di Roma.

5 febbraio 2004 – L’Onorevole Italo Sandi presenta un’interrogazione riguardo alla proposta di legge Valpiana.

17 febbraio 2004 – Il Senatore Giovanni Crema, presenta una proposta di legge per il rimpatrio delle salme, con spese a carico dello Stato depositata presso la 4^ Commissione Difesa).

19 giugno 2004 - Invio sollecito ai Presidenti della 4^ Commissione Difesa alla Camera ed al Senato. Anche il Presidente della 4^ commissione al Senato mi informa che ci sono problemi legati al bilancio della Stato (non ci sono soldi!).


Dicembre 2004 – Non vedendo vie d’uscita scrivo ad alcuni giornali, nella speranza di smuovere le acque.

Nessuna novità fino alla scadenza del Governo in carica.

XV Legislatura dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008.

5 luglio 2006 – Invio una petizione alla Camera ed una al Senato, proponendo che il Ministero della Difesa (tramite il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra), comunichi ai congiunti dei Caduti l’esatta ubicazione del luogo di sepoltura, informando gli stessi della possibilità di riavere i resti mortali, come previsto dalla Legge 14 ottobre 1999, n° 365. Le petizioni saranno assegnate alle commissioni difesa del Senato e della Camera, rispettivamente il 27 luglio 2006 (n° 102) ed il 19 settembre 2006 (n° 42).

20 marzo 2007 – Viene presentato da 25 deputati l’Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-01566, con il quale si fa un sunto di quanto è stato fatto fino ad ora e chiedendo cosa il Governo intenda fare.

Nessuna novità fino alla scadenza del Governo in carica.

XVI Legislatura dal 29 aprile 2008 al ………

21 giugno 2008 – Invio due petizioni al Senato e due alla Camera, chiedendo che il rimpatrio delle salme sia a spese dello Stato e che il Ministero della Difesa (tramite il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra), comunichi ai congiunti dei Caduti l’esatta ubicazione del luogo di sepoltura, informando gli stessi della possibilità di riavere i resti mortali, come previsto dalla Legge 14 ottobre 1999, n° 365. Le petizioni saranno assegnate alle commissioni difesa del Senato e della Camera, rispettivamente il 15 luglio 2008 (n° 190 e 191) ed il 29 luglio 2008 (n° 142).

23 luglio 2008 – Scrivo ai 15 dei deputati della Commissione Difesa alla Camera e a 9 Senatori della Commissione Difesa al Senato, chiedendo che tengano vive le petizioni da me inviate.

25 luglio 2008 – L’Onorevole Federica Mogherini Rebesani mi risponde dicendosi disponibile a valutare quale sia l’iniziativa più utile da assumere al riguardo.

30 luglio 2008 – La Segretaria del Senatore Gian Pietro Scanu (Emanuela Corda), m’informa che il senatore si è attivato presentando una proposta di legge che possa attuare una delle mie petizioni.
1 agosto 2008 – Il Senatore Gian Pietro Scanu presenta una proposta di legge per la restituzione ai congiunti delle salme dei caduti in guerra, con spese a carico dello Stato.

17 giugno 2009 - L'Onorevole Massimo Vannucci e l'Onorevole Rosa Maria Villecco Calipari presentano una proposta di legge che va nella stessa direzione del disegno di legge del Senatore Scanu.

8 gennaio 2010 – Ennesimo sollecito alle Commissioni Difesa della Camera e del Senato.
LETTERE DI EX DEPORTATI DI FLOSSENBÜRG

Nell'inverno del 1997, feci pubblicare una lettera sul periodico dell'Associazione Nazionale ex deportati (il giornale si chiama "Triangolo Rosso"), nella quale chiedevo ai reduci di Flossenbürg se avessero per caso conosciuto mio zio durante il periodo della loro prigionia.

Inoltre nel 1999 e nei primi mesi del 2000 dopo aver rintracciato gli indirizzi nell'elenco delle richieste d'indennizzo pubblicate sul supplemento della Gazzetta Ufficiale n° 130 del 22 maggio 1968, decisi di scrivere personalmente a tutti coloro che, secondo i dati che apparivano negli elenchi pubblicati, passarono anche solo per pochi giorni, nel periodo gennaio/aprile 1945, dal campo di concentramento di Flossenbürg, chiedendo loro se ricordavano di aver incontrato Luciano. Presi contatto con 71 ex deportati e ricevetti una risposta da molti di loro. Qualcuna delle persone da me interpellate, purtroppo era morta, e qualcun'altra probabilmente non se l'era sentita di rispondermi perché così facendo avrebbe riaperto una ferita mai chiusa del tutto. Purtroppo, nessuno di loro ricordava di aver incontrato il mio parente, tuttavia ho ritenuto doveroso trascrivere i loro ricordi.

Nelle lettere ho inserito qualche virgola ed ho corretto alcuni errori ortografici; inoltre ho fatto delle aggiunte per far sì che il testo potesse essere più scorrevole ma senza alterarne minimamente il contenuto.
Udine, 1997 - "Signor Roberto, chiedo scusa per questo lungo silenzio nel rispondere alla Sua ricerca, ma purtroppo io non posso darle nessuna notizia di Suo zio perché non ricordo di averlo conosciuto. Io mi trovavo al blocco n°19 a Flossenbürg con il n°40159. Le do l'indirizzo di un compagno che si trovava anche lui nello stesso campo. [indirizzo] Ignazio è un collaboratore della nostra Associazione di Torino. La saluto cordialmente - Lino D. B."

Lodi, 20 luglio 1997 - "Egregio Signor Zamboni, ho ricevuto dalla Signora Gigante, segretaria nazionale dell'ANED copia della sua lettera, la quale fa riferimento alla ricerca di suo zio. Mi chiamo M. Gianfranco e vedendo il numero di matricola dello zio, 43738, ho notato che corrisponde al mio trasporto, matricola 43699. Nel 1995, cinquantesimo della liberazione del campo, mi recai a Flossenbürg come rappresentante italiano con la Signora Diomira P. e il Signor Mirco C. (già defunto). Successivamente ebbi modo di conoscere personalità bavaresi interessate alla conoscenza dei campi di sterminio situati nella Baviera. Ritornai l'anno successivo e quest'anno ben due volte, a maggio e a giugno. Quest'anno con un gruppo di ricercatori tedeschi abbiamo formato una commissione di campo per poter conoscere ed aver la possibilità di rintracciare indizi più precisi riguardanti le spoglie dei caduti. Chiedo pertanto un po' di tempo per potermi informare ed ottenere dettagli più precisi al fine di contattare persone meglio informate a riguardo. Colgo l'occasione di informarla che stiamo eseguendo una ricerca capillare riguardante tutti i campi, compreso Flossenbürg, sulla deportazione italiana.

29 ottobre 1997 "... a seguito della telefonata intercorsa ho il piacere di inviarLe quanto sono riuscito a reperire. In una mia visita al campo di Flossenbürg ho deposto una lapide a ricordo degli italiani deceduti. Tale lapide è deposta presso il memoriale del cimitero di Flossenbürg, di fronte al Comune, dove si trovano anche i deceduti successivamente alla liberazione. Durante la mia ultima visita sono riuscito a rivedere il luogo dove è sepolto lo zio e, grazie ad alcuni studenti che si sono recati in visita, sono riuscito ad avere le foto ed una pagina dell'elenco dei deceduti, depositato presso l'archivio comunale. Felice di poter essere stato utile e non dimenticando tutte le sofferenze di tutti coloro che sono stati vittime della violenza, Le invio i miei più cordiali saluti. Se eventualmente avesse delle lettere, delle informazioni o quant'altro avesse un particolare valore sia affettivo che storico relativamente alla figura dello zio, mi permetto di chiederLe eventualmente copia, sempre nell'ambito della sua disponibilità e della possibilità di far circolare tale documentazione. M. Gianfranco"

Sutrio (Udine), 22 ottobre 1997 - "Egregio Signor Zamboni, sono molto spiacente di non poter soddisfare le sue richieste in quanto è impossibile a distanza di tanti anni risalire a certi particolari da Lei espressi nella sua lettera. Comunque se Lei ritiene di voler conoscere la situazione venutasi a creare in quel periodo nel lager di Flossenbürg, sono a sua disposizione per raccontarle di persona le tragiche e tristi vicende di quel tempo, per cui l'attendo a Sutrio presso la mia abitazione quando Lei lo riterrà. R. Neo"

Torino, 6 novembre 1997 - "Signor Zamboni Roberto, oggi 6 novembre 1997 ho ricevuto la sua lettera, ho esaminato con attenzione il suo documento e foto. Alcune date corrispondono con i miei trasferimenti. Dalle carceri di Torino arrivammo a Gries (BZ) verso 20 o 23 dicembre 1944. Mi destinarono al Blocco G con il numero 7180. Li feci conoscenza del Generale Gaetano C., di suo figlio Giannantonio, il Sig. G. e di altri giovani ufficiali. Il 19 gennaio 1945 ci portarono alla stazione ove [era] un lungo treno merci, con vagoni chiusi. Vi ritrovai il gruppo dei giovani ufficiali, seppi che erano tutti della zona di Verona e dintorni. Al 23 gennaio 1945 si arrivò a Flossenbürg. Ci avviarono verso il campo e provammo subito i loro metodi bestiali. Nel Block di quarantena mi cambiarono numero in 43600. Dopo 8-10 giorni mi trasferirono al block 19. Noi italiani [eravamo] sempre maltrattati un po' da tutti. Feci parte della lunga colonna [di] evacuazione, cioè la "marcia della morte". Signor Zamboni, ne sono profondamente rammaricato di non inviarle la risposta che Ella desiderava. A Lei e famiglia i nostri cordiali saluti ed il nostro pensiero al suo parente Luciano Giovanni. Cordialmente - D. P.

Ignazio. - P.s.: ho interpellato anche A. Attilio lui dopo fu inviato a Zwickau".

Tambre D'Alpago (Belluno), 7 novembre 1997 - Associazione Nazionale Partigiani D'Italia - "Egregio Signor Zamboni, per incarico del Signor Remigio S. di Tambre (Belluno) Le rinvio il foglio riguardante suo zio Zamboni Luciano. Purtroppo il Signor S. non è proprio in grado di darle alcuna notizia e ne è dispiaciuto, perché capisce perfettamente l'ansia di una ricerca oltremodo difficile. Le invio cordiali saluti. Il Presidente Giorgio Granzotto

[S. Remigio]: " Purtroppo posso solo annotare che il numero di matricola a Flossenbürg era abbastanza vicino al mio, il che significa un arrivo al campo vicino nel tempo. Nulla ricordo della persona, a distanza di tanto tempo, non ricostruisco nemmeno la fisionomia; non sono in grado perciò di darle nessuna notizia. - S. Remigio"

Genova, 27 settembre 1999 - "Egregio Zamboni, mi è pervenuta la sua cara lettera dove mi fa presente se avessi conosciuto suo zio Giovanni [Luciano]; sarei molto lieto di poterlo ricordare ma dopo tanti anni!! Pensi che io sono stato con altri [nel]l'ultimo trasporto che partì per il lagher di Flossenbürg; fra l'altro si dimenticarono di me in quanto che all'appello della mattina presto mi vennero a prendere al pomeriggio, perché io ero in cella di isolamento avendo con altri tentato la fuga dal campo di Bolzano. Riuscii a scappare in Cecoslovacchia, dopo essere stato a Flossenbürg e a Dresden; mi salvarono i partigiani Cechi e rientrai in Italia ma come le ripeto non me lo ricordo di suo [zio] Giovanni; può anche darsi che [ci] siamo conosciuti, ne ho conosciuti tanti tanti in quella tragedia che a distanza di anni non dimenticherò mai. Deve pensare che avevo 14 anni e ora ne ho 71. Fui rastrellato per rappresaglia dalle SS non [illeggibile] altro. Avrei tanti particolari ma mi è molto difficile. Quando porterà un fiore a suo zio ne porti uno da parte mia. Allego una copia della tentata fuga può servire a trovare qualche d'uno in vita del "tunnel". Spero che sia capito, ho fatto la quinta elementare. Infine la saluto tanto tanto, sono tornato indietro di tanti anni. A. Giorgio"

Buia (Udine), 18 ottobre 1999 - "Egregio Signore, anzitutto devo scusarmi per il ritardo alla sua domanda in seguito alla sua richiesta di un suo parente deportato al campo di Flossenbürg; sono rientrato ieri al mio paese (Buia) dopo tre settimane di mia assenza e ho trovato la vostra lettera. A dire il vero le date che lei mi cita rispondo[no] quasi tutte, soltanto che noi da Udine ci hanno trasferiti al campo politico di Flossenbürg l'11 gennaio 1945 dal campo di smistamento. Il mio numero era (43613) che non posso dimenticare. Dopo 3 giorni ci trasferirono al campo di Herzbruck [Hersbruck] per poi con l'avanzata delle truppe alleate, camminando 20 giorni (partiti 5000) siamo arrivati al campo di Tacau [Dachau] in 3000; io posso dirmi dei fortunati, perché essendo già a conoscenza della lingua tedesca ho risparmiato molte botte; perché ero già stato tre anni a Stuttgard [Stoccarda] per lavoro assieme a mio padre. Il mio rientro in Italia è stato (dopo un lungo periodo di degenza in ospedale per infezione al sangue e tifo, più ricaduta di tifo per aiutare un mio amico all'ospedale americano) il 30 luglio, e a Pescantina ho incontrato mio papà e un mio zio che anche loro rientravano dalla Germania però come lavoratori [liberi]. Purtroppo è una odissea che non si può dimenticare; ma per vivere tranquilli meglio non pensarci mai al passato. A. Franco"

Milano, gennaio 2000 - "Egregio Signor Zamboni, anch'io dal campo di Bolzano fui trasferito al campo di Flossenbürg. La data non la ricordo, però poi dal campo di Flossenbürg fui trasferito ad Hersbruck, vicino Norimberga e per ultimo al campo di Dachau. Nel mese di aprile 1945 fui liberato dalle truppe americane, le date non le ricordo; formarono a schiere comitati e ogni squadra fu assegnata per il rimpatrio. Io fui trasportato con il pullman del Vaticano a Milano, luogo del mio domicilio. Non posso dire altro che quanto detto. Dispiace non averlo conosciuto o visto. Una cara preghiera rivolgo a suo zio. La saluto - G. Matteo

Gorizia, gennaio 2000 - "Egregio Signor Zamboni! Ho ricevuto la sua del 11 c.m. con la quale mi chiede notizie di suo zio, deportato e di seguito morto in Germania, purtroppo, sono molto spiacente di doverle rispondere negativamente, oltre a non ricordarmi di averlo, eventualmente visto, sono trascorsi troppi anni per ricordare i particolari di quei tempi oscuri e dolorosi. Signor Zamboni la saluto cordialmente. Helena J."

Udine, 3 gennaio 2000 - "Egregio Signor Zamboni, mi presento - B. Gino nato a Udine il [...] - renitente alla chiamata dei tedeschi - non ancora diciottenne feci parte della Resistenza Garibaldina - catturato nei colli goriziani - imprigionato nelle carceri di Gorizia - poi partito per Flossenbürg - rimasto fino al giorno 19 novembre 1944 - di lì ad Ebensen [Ebensee - Mauthausen] - poi di nuovo trasferito prima di Pasqua 1945 a Dachau fino alla liberazione - rimpatriato il giorno 3.6.1945 - dispiaciuto non poterla aiutare, Le auguro di avere più fortuna con altri miei compagni. - Gino B."

Portogruaro (Venezia), 3 gennaio 2000 - "Egregio Sig. ZAMBONI, non sono in grado di essere utile per soddisfare la Sua richiesta, perché io sono stato deportato da Udine a Flossenbürg il 28 dicembre 1944. Dopo 3 giorni di permanenza a Flossenbürg sono stato trasferito a Kamenz dove ho lavorato per circa tre mesi in una fabbrica di aeroplani dopo di che, per l'avanzata dei russi, sono stato trasferito a Dachau dove sono statoliberato dalle truppe alleate nel mese di aprile 1945. Non posso dirle altro perché al mio rientro in Italia sono stato preso da una amnesia e tutti i miei ricordi della deportazione sono rimasti molto confusionari. Ora sto bene e ringrazio Dio. Ammiro Lei che si preoccupa della triste sorte di Suo zio perché merita di essere ricordato per le martoriate tribolazioni che ha certamente subito. - C. Lino".

Udine, 3 gennaio 2000 - "Gentilissimo Zamboni! Dopo oltre cinquant'anni è difficile ricordare visi visti in quel campo, inoltre si ricorda appena di quelli che sono morti tra le braccia. Sono rimasto poco in quel campo, perché sono stato trasferito a tre giorni di treno in una fabbrica di ali di apparecchio.All'arrivo degli alleati fummo trasferiti verso la Cecoslovacchia e siamo stati liberati dall'Armata Rossa. Rimpatriato feci quattro anni in sanatorio, ero colpito da ictus, infarto e paralisi. Sono ridotto a un misero disabile che non può camminare e deve rimanere chiuso sempre in casa. Scusi del malscritto, ma auguro un buon 2000. - C. Vittorio"

Forgaria (Udine), 10 gennaio 2000 - "Caro amico, io sottoscritto C. Enrico, nato a Forgaria il [...] - arrivato a Flossenbürg da Udine il 21.12.1944 matricola 40141. Non ti posso aiutare perché io ero al blocco 19, quello dei minorenni. In data 17.4.1945, la sera verso le 10, ci fecero uscire tutti dalle baracche e ci portarono tutti alla stazione di Flossenbürg. Siamo partiti verso Dachau e lì non si è potuti proseguire in treno; quella stazione si chiamava Scwandorf e lì ci fecero andare a piedi e chi non poteva camminare lo ammazzavano con la pistola; in quel tratto si camminava sulla ferrovia e non ne potevo più. Mi buttai per la scarpata e mi andò bene. Il 23.4.1945 venni liberato e portato all'ospedale di Norimberga fino al rimpatrio il 17.7.1945 per Bolzano. Ti invio tanti saluti e buon proseguimento. - C. Enrico"

Fontanafredda (Pordenone), 10 gennaio 2000 - "Egregio Signor Roberto Zamboni, mi presento: sono Geremia D. C., figlio di Giancarlo D. C., da Lei contattato per lettera a riguardo notizie di suo zio Luciano; come da Lei richiesto. Le premetto che trattare l'argomento con mio padre, mi è sempre stato difficile e per quanto ho potuto, ho sempre evitato di farlo, il perché lo comprende bene anche Lei. Da quanto informatomi da mio padre, non sono in grado di comunicarle tanto, in quanto mio padre "transitò", per così dire a Flossenbürg per soli dieci giorni, nella seconda metà del gennaio 1945 e non ebbe il tempo di scambiare conoscenze con altri malcapitati come lui, se non con i tre o quattro compagni di sventura con i quali era stato prelevato qua a Fontanafredda. Di queste persone, oltre a mio padre, è rimasto in vita solo un altro sventurato dell'epoca, tale S. Dario, con il quale abbiamo provato a ripercorrere quei giorni ma, non siamo riusciti a far riemergere nulla riguardo suo zio proprio perché la loro permanenza a Flossenbürg fu breve, e prima della fine del gennaio 1945 furono trasferiti a Dachau dove rimasero fino al giorno della liberazione da parte degli alleati. Di Flossenbürg, il signor S. Dario e mio padre, ricordano solo che si trattava di un ambiente abbastanza sano in quanto, pulito e con rancio che poteva soddisfare le esigenze del momento per quei giovanotti di allora. A parte questo, non mi hanno espresso ricordi che la possano aiutare nella ricerca da Lei intrapresa. Forse, se ne esiste la possibilità, tramite elenchi quale quello da Lei segnalato, sarebbero da ricercare più specificamente, dei reduci che siano rimasti a Flossenbürg per periodi più lunghi e tramite loro cercare qualche notizia utile. Se questo Le fosse possibile, e se venisse a conoscenza che in provincia di Pordenone o in zone limitrofe, ci fosse qualche altro reduce da contattare, sarei ben lieto di poterle accorciare la strada per un eventuale colloquio. Le comunico di seguito, anche se non tornerà più di tanto utile, l'indirizzo del signor Dario S. [indirizzo]; Mi scuso per la scarsità di notizie fornitele, porgo distinti saluti ricordandole di tenerci in considerazione quale punto di riferimento per eventuali sviluppi. - Geremia D. C. - Giancarlo D. C.

Milano, 16 gennaio 2000 - "Gentile Signor Zamboni, La ringrazio per la lettera ricevuta, la mia permanenza nel campo di Flossenbürg da fine ottobre 1944 fino alla liberazione collima con quella di Suo zio, purtroppo, noi siamo state immediatamente trasferite presso un "sotto campo" nelle vicinanze e sempre dipendente dal campo di Flossenbürg. Non ho conosciuto suo zio e non saprei darLe nessun tipo di informazione riguardante la sua permanenza o sulla sua morte. Sono veramente dispiaciuta di non poterle essere utile, La ringrazio, e per qualsiasi informazione non esiti a riscrivere. - B. Loredana"

Busto Arsizio (Varese), 17 gennaio 2000 - "Egregio Signor Zamboni Roberto, con commozione rispondo al suo appello datato 27.12.1999 con il quale mi si chiede se come ex deportato nel campo di sterminio di Flossenbürg ho avuto modo di conoscere suo zio Luciano. Purtroppo anche per i tanti anni trascorsi non sono in grado, anche se lo volessi di ricordare il viso a Lei tanto caro, anche perché l'impatto con quella tragedia fu talmente terribile e sconvolgente che non si è mai avuto modo di comunicarci, tra noi deportati messaggi informativi, se non con i piccoli gruppi di aggregazione impostici all'interno del campo dalle circostanze di lavoro, dalle stesse SS o dai Kapò. Di certo però posso affermare che se suo zio Luciano è partito con il convoglio da Bolzano il 19 gennaio 1945per Flossenbürg, con il quale anch'io ho viaggiato, e avendo io all'arrivo ricevuto il numero di matricola 43549 e suo zio il 43738, è evidente che almeno fino a quando siamo stati destinati ad un altro campo di lavoro, la tragedia senza la speranza di sopravvivere ci è stata comune. [...]. Ringraziando per il suo impegno a non dimenticare le tante vittime dell'Olocausto, con stima ed affetto cordialmente saluto. - Angelo C."

Maiano (Udine), 18 gennaio 2000 - "Carissimo Roberto, ho ricevuto la sua lettera e le rispondo subito. Io avevo 18 anni quando mi hanno arrestato e proprio verso il 17 gennaio sono partito da Udine con il convoglio per Flossenbürg. Lì sono stato un mese, poi a Dachau fino all'arrivo degli americani. Suo zio l'ho visto senz'altro ma non posso dirle altro caro Roberto. Io ti vorrei dire tante tante cose ma se tu vuoi l'indirizzo ce l'hai, vieni a trovarmi. Tu ce l'hai la macchina, io non ho niente, ho la Vespa, sono povero, però qui per te c'è vitto e alloggio. Fammi sapere prima se vieni, che io ti aspetto. Ho un diario da raccontarti. Un tuo e vostro amico - Emilio M."

Resia (Udine), 20 gennaio 2000 - "Io sottoscritto N. Pietro, l'11 gennaio 1945 vengo deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg dove arrivo il 14.1.1945 - poi ai primi di febbraio mi hanno trasferito nel campo di concentramento di Hersbruck - poi successivamente a quello di Dachau - Il 29 aprile ci hanno liberato le truppe americane. A Flossenbürg ogni mattina facevano appello nominativo, mai sentito il nome di Zamboni Luciano - nella mia baracca - Per avere notizie più concrete si rivolga alla CROCE ROSSA INTERNAZIONALE. Cordiali Saluti. - Pietro N."

Milano, 20 gennaio 2000 - "Caro Roberto, ritengo molto apprezzabile il Suo impegno nel ricercare testimonianze su gli ultimi tempi di vita di Suo zio, morto giovanissimo a Flossenbürg. Purtroppo io non Le posso essere d'aiuto in quanto ho vissuto il terribile periodo di quel campo prima dell'arrivo di Luciano Zamboni. Il mio curriculum di deportato politico è stato: carcere di San Vittore a Milano dal 31.7.44 al 17.8.44 - campo di Bolzano dal 17.8.44 al 7.9.44 - Flossenbürg (blocco 22) dal 9.9.44 al 7.10.44 - Kottern dal 9.10.44 al 7.4.45 - Dachau dal 9.4.45 alla liberazione. Ritengo che eventuali notizie di Suo zio potrebbe attingerle da Italo G. - [indirizzo] - Pisa. G., anche nel caso non lo avesse conosciuto personalmente potrebbe indicarLe qualche altro compagno che ha vissuto in quel campo fino all'ultimo. Le auguro di riuscire nella Sua impresa che riunisce alla cara memoria delle sofferenze di un parente anche la conoscenza di un terribile ingiusto periodo della storia dell'umanità. Con viva cordialità, - Luigi M."

Cinisello Balsamo (Milano), 20 gennaio 2000 - "Con rammarico non posso aiutarla in risposta del suo appello, spero tanto e le auguro con tutto il cuore possa trovare la via della sua richiesta. Tanti sinceri auguri, vivissimi saluti. - Ines G.

[Allegato - altra deportata]

Gentilissimo Signor Zamboni sono molto spiacente non poterla aiutare riguardo gli ultimi mesi del suo caro zio - Operaia della Breda di Sesto San Giovanni, deportata in altre direzioni, Mauthausen e Auschwitz triangolo rosso, prigioniera politica."

Torino, 21 gennaio 2000 - "Egregio Signor Roberto, in riferimento alla sua inviatami in data 11 gennaio m.c. nella quale mi si chiede informazioni sul decesso di suo zio deceduto a Flossenbürg il 4 maggio 1945 le posso dire di non averlo conosciuto e mi dispiace, benché anche io fossi deportato nei campi di Bolzano, Flossenbürg, Zwickau matr. 43640. Chiedo scusa per il mio mal scritto. - G. Ferdinando"
Milano, 22 gennaio 2000 - "Egregio Signor Zamboni Roberto, con molto piacere ho ricevuto la sua lettera, constatando che dopo mezzo secolo, cerca di ricostruire gli ultimi mesi di vita di suo zio, è una cosa nobile questa sua ricerca, ed io ne prendo atto. Purtroppo io arrivai in quel famigerato LAGER il 7 settembre 1944 e ci rimasi tutto il tempo della cosiddetta quarantena, poi fui trasferito a Kottern-Dachau dove rimasi sino alla liberazione. [...] Per avere notizie più precise, consiglio di interpellare la Sig. Strigl o il Sig. JORG SKRIEBELEIT, funzionari del Municipio di Flossenbürg. Se il numero di matricola è inserito nel computer, senz'altro le invieranno la lista con tutti i dati necessari. (Vedi la mia lista) - Le invio il mio racconto, scritto qualche anno fa, intitolato IL MIO ARRIVO A FLOSSENBÜRG. Tantissimi sinceri saluti, ciao - G. Venanzio"

Pavia, 23 gennaio 2000 - "Caro Signor Zamboni, rispondo anche a nome di Ferruccio B., che con me è stato a Flossenbürg e che ha anche ricevuto la sua richiesta di notizie su suo zio Luciano Zamboni. Purtroppo noi non siamo in grado di darle informazioni, perché siamo stati a Flossenbürg dai primi di settembre ai primi di ottobre 1944, poi siamo stati trasferiti a Kottern, sottocampo di Dachau, dove la vita era meno infernale che a Flossenbürg e siamo dunque riusciti a sopravvivere. Le unisco fotocopia di una pagina pubblicata dall'ANED, che forse Lei già conoscerà : c'è la fotografia del campo di Flossenbürg ! Mi permetta di dirle che la ricerca che sta facendo Le fa molto onore. Con i più cordiali saluti anche a nome di Ferruccio B.. - M. Enrico"

Sistiana (Trieste), 26 gennaio 2000 - "Signor Zamboni, Le rispondo nel mio modo con il mio grado di istruzione elementare: sono partito da Trieste l'11.11.1944 - arrivato a Flossenbürg il 14.1.1945 - ricevuto il n°41826 triangolo rosso - trasferito il 26.1.1945 a Kamniz [?] per lavoro con arrivo il 29.1.1945, causa avvicinamento del fronte russo il 10.3.1945 fummo imbarcati sul treno merci per Mauthausen e per carenza di posto si proseguì per Dachau; una settimana di calvario con 75 [persone] per vagone; a nostra disposizione solo 2/3 di spazio perché 1/3 era a disposizione alle guardie SS. Si arrivò a destinazione il 16.3.1945 dove presi il n°146000 - triangolo rosso. Ai primi di aprile fui trasferito per lavoro nei pressi di Monaco su un campo d'aviazione e il 2.5.1945 liberato dagli americani ed il giorno 3.5.1945 ricoverato in ospedale a Monaco; rientrato in Italia l'11.11.1945 all'ospedale militare 64 a Merano. Sono spiacente di non essere in grado di darle alcuna notizia riguardo il suo parente. Con tanti saluti - K. Valter. PS.: Il mio caso forse unico in Italia : persi la moglie ad Auschwitz, la seconda mia moglie con il n°E 82126 impresso sulla mano pure di Auschwitz."

Firenze, 27 gennaio 2000 - "Egregio Signor Roberto Zamboni, la sua lettera mi ha commosso. E' commovente il suo attaccamento ad un familiare, in giovane età, deceduto nell'inferno di Flossenbürg. Di Luciano, già mio compagno di sofferenza, purtroppo nulla io posso dire. In quella bolgia infernale di Flossenbürg, io ho trovato gente della mia età e dei luoghi dove sono nato, dove nemmeno lontanamente pensavo diincontrarli. Miracolosamente sopravvissuto, appena a casa (1945) ne ho dato notizia ai loro familiari che li hanno attesi invano e poi si sono rassegnati all'avversità del destino. Sono partito da Trieste il 16.12.1944. Sono arrivato a Flossenbürg il 21.12.1944. Ho visto gli orrori e come vivevano i morituri nelle tristissime baracche dove nemmeno le SS ci entravano. Sono partito da Flossenbürg il 12.1.1945 per Pirna nei pressi di Dresda, dove fui liberato il 5 maggio 1945 dalle truppe russe, i giovani soldati della III Armata del Generale Ciuikow, lo strenuo difensore di Stalingrado. Dalla mia partenza dal campo centrale non ho più fatto ritorno. Suo zio, il caro Luciano, mio compagno di sofferenza, è arrivato a Flossenbürg quando io ero già partito. Perciò è realmente impossibile che anche occasionalmente io abbia potuto incontrarmi con lui! Signor Roberto, la sua nobile iniziativa di sapere qualcosa di più del suo familiare diffonde in me profonda tristezza. Ho scritto un libro: "Flossenbürg 40301 - A vent'anni nei campi di sterminio", glielo manderò. Tengo conferenze nelle scuole, il meno che posso fare per ricordare costantemente quelli che da lassù non sono più ritornati. Se lei vuole che venga a Montorio Veronese a commentare la mia testimonianza sono a sua disposizione e il tutto a spese mie. Un abbraccio bravo amico mio. Suo Sergio R."

Torino, 31 gennaio 2000 - "Egregio Signor Zamboni, ho ricevuto la sua lettera e pertanto mi accingo a risponderle. Purtroppo suo zio non l'ho conosciuto personalmente, può darsi che ci siamo visti e anche parlati però non lo ricordo. Io sono arrivato a Bolzano il 23 novembre 1944 quindi quasi due mesi prima di suo zio. Poi il 3 febbraio fummo trasferiti in una piccola località della Germania e pertanto le nostre strade hanno fatto una strada diversa. Le mando la fotocopia del mio diario scritto pochi mesi dopo il mio rientro in Italia. Ho descritto molto poco rispetto a quello che abbiamo passato. E' scritto così alla buona essendo il sottoscritto non diplomato ma con poche nozioni. Mi scuso per questa fotocopia così così ma so che ella mi perdonerà. La saluto cordialmente e ringrazio di avermi interpellato. Saluti cari. - Carlo T."

Milano, febbraio 2000 - "La mia disavventura è simile a tanti altri sventurati. Io venni portata ad Auschwitz, tatuata col numero 78946, liberata dai russi, sono rientrata in Italia con gli americani ed il 10.6.1945 ho potuto riabbracciare i miei cari. Auguri per la sua ricerca. Distintamente. - M. Carlotta"

Arcore (Milano), 9 febbraio 2000 - "Egregio Signore, ho ricevuto la sua lettera, in cui mi chiede notizie di Zamboni Luciano. Innanzi tutto vorrei scusarmi per il ritardo con cui le rispondo, ma ho utilizzato questo tempo per cercare notizie riguardo suo zio. Personalmente non ho avuto modo di conoscerlo e purtroppo, chiedendo a diversi compagni deportati a Flossenbürg, non sono riuscito a trovare alcuna notizia utile. L'unica cosa che so è che a Verona c'è un compagno deportato a Flossenbürg, e successivamente a Offenburg, nello stesso periodo di suo zio, ma non ricorda di averlo incontrato e pertanto non può fornirle nessuna notizia. Sono molto dispiaciuto di non averla potuta aiutare. Le auguro che le sue ricerche la conducano presto a ciò che vuole sapere. Cordiali saluti. - M. Silvio"

Tarcento (Udine), 11 febbraio 2000 - "Egregio Signor Roberto, [...] Innanzi tutto le devo dire che non ho avuto occasione di trovare e quindi conoscere suo zio Luciano, della mia stessa classe di nascita, prima di tutto perché siamo partiti con tradotte diverse, come diversi erano i luoghi di partenza e le date. Io sono partito da Udine l'11 gennaio 1945 diretto a Flossenbürg, via Tarvisio. Qui mi sono fermato alcuni giorni per poi partire per il lager di Eztburg [Hersbruck] (Norimberga) dove sono rimasto per qualche mese per poi definitivamente andare al lager di Dahau [Dachau]. In conseguenza di tutto ciò non le posso dire nulla della sua [di Luciano] permanenza a Flossenbürg e quindi neanche notizie sulla sua morte. Mi dispiace veramente di non poterle dire nulla ma mi auguro che trovi qualche persona ex internato che le possa dare le notizie che cerca. [...] Scusi il mal scritto, fatto in premura. In attesa di poterci conoscere personalmente voglia gradire i più distinti saluti che vorrà estendere ai suoi familiari. - Armando R."

Genova, 24 febbraio 2000 - "Egregio Signor Zamboni, a causa delle mie precarie condizioni di salute, rispondo con un po' di ritardo alla Sua del 24.01.2000. Purtroppo non ricordo di aver incontrato e/o conosciuto Suo zio nel corso della mia dolorosa esperienza nel campo di Flossenbürg. Anche se sono passati molti anni da quei giorni terribili, mi sento sempre molto triste nel constatare che un altro giovane allora perse la vita in un campo di sterminio. Comunque se può esseLe utile, allego la copia della scheda da me inviata all'ANED un paio di anni fa' relativamente all'esperienza da me vissuta come deportato. Spiacente di non poterLa aiutare di più nella Sua ricerca, la saluto cordialmente. - Gildo T."

Messina, 25 febbraio 2000 - "Caro signor Zamboni Roberto, le scrivo con l'aiuto di mia nipote, che scrive mentre mi sente parlare per l'ennesima volta di quella incancellabile esperienza. Sono un uomo di 81 anni segnato tantissimo dalla deportazione tedesca durante la seconda guerra mondiale, ma ringraziando quotidianamente Dio per avermi permesso di salvarmi dall'inferno, tornare a casa mia e, nel corso del tempo, avere la possibilità di formarmi una famiglia. Sono passato attraverso vari campi di concentramento quando fui arrestato da militare come partigiano. Tra questi c'è stato anche Flossenbürg, ma come ripeto, ci passai soltanto perché la mia destinazione definitiva fu Dakau [Dachau]. Purtroppo lì non si era persone ma oggetti numerati e non ho avuto né amici, né conoscenze particolari. Non credo di saperle dire, quindi, se tra i tanti che sono passati sotto i miei occhi ci fu anche suo zio. So solo che tornai invalido dalla guerra, a causa della perdita dell'udito, della caduta dei enti e di una bronchite asmatica, causata dal gelo, che ancora oggi non mi abbandona; [quando tornai] ero di circa 36 chili e per un uomo di 24 anni non è sicuramente un peso normale! Quindi è difficile che dalla foto che mi ha inviato si possa ricordare. E poi si passano gli anni cercando di dimenticare, almeno un po'. Io l'ammiro per questa ricerca che sta facendo e spero sinceramente che lei abbia più successo con i ricordi degli altri "fortunati" che sono potuti tornare e oggi vivono ancora. Risparmiandole altri particolari demoralizzanti, la saluto ringraziandola e sperando per lei di avere una buona fortuna per la sua ricerca e per la sua vita. Cordiali saluti. - M. Gaetano"

Cormons (Gorizia), 26 febbraio 2000 - "Egregio Signor Zamboni, rispondo alla sua lettera del 17 gennaio 2000 e devo purtroppo dirle che non ho conosciuto suo zio. A Flossenbürg stavo nella baracca dei minorenni e non c'era contatto con le persone adulte. Sono stato trasferito dalle prigioni di Gorizia l'11 gennaio 1945 e dopo circa 3 giorni sono arrivato a Flossenbürg dove sono rimasto per circa 3 mesi. Sono stato poi trasferito a Dresda in un campo di lavori forzati e qui sono rimasto un mese. Da Dresda siamo partiti per Praga ed abbiamo fatto il percorso a piedi ed in treno e questa per me è stata l'esperienza peggiore perché la gran parte delle persone non ce l'ha fatta. A Praga sono rimasto circa un mese in ospedale per riprendermi e dopo una settimana è arrivato l'esercito russo. Da qui con mezzi di fortuna sono partito ed ho raggiunto Cormons in agosto. Mi dispiace non poter esserle d'aiuto e le auguro di riuscire ad avere al più presto notizie riguardanti suo zio. Cordiali saluti. - M. Guido"

Cormons (Gorizia) - aprile 2000 - "Caro amico Roberto, mi dispiace tanto che non ho potuto scriverti prima perché ero in ospedale; dopo più di un mese sono tornato a casa abbastanza bene. Allora mi sono messo e ti ho scritto queste righe. Grazie a Dio sono qua e ti ringrazio che mi hai fatto sapere del tuo caro zio, ma non posso darti nessuna segnalazione, in nessun modo. Le SS mi hanno preso il 17 dicembre 1944 a Cormons, mi anno processato e mi hanno messo in prigione a Gorizia. Poi siamo partiti l'11 gennaio 1945, 4 giorni e 4 notti di treno e siamo arrivati a Glosemburch [Flossenbürg], e di li siamo stati smistati; dopo 70 giorni ci hanno portati a Ghesbruck [Hersbruck], dove abbiamo lavorato circa 4 mesi; man mano che le truppe alleate venivano avanti ci hanno portato a Dachau. Ti chiedo scusa di quello che ti dico, non sono bugie, è tutta la verità. Sono ancora vivo a raccontare tutto. Non posso dimenticare perché ogni tanto mi sogno anche se sono passati 55 anni. Non si poteva parlare o lamentarsi, per chi lo faceva era morte certa. Quindi anche se ci fossimo conosciuti non si poteva parlare; bocche chiuse e denti stretti altrimenti "caput". Il mio numero di matricola a Dachau era 151649. [Quelle che scrivo] sono verità. Se ti vedevano piangere venivi ammazzato, non ti dico altro. Caro Roberto, io non posso aiutarti più di così. [Con] quei quattro che ci si conosceva nei tre campi di concentramento ci siamo rivisti quando abbiamo fatto le carte per il vitalizio. Nei campi [dove] eravamo insieme era una cosa indescrivibile. Sono partito che pesavo 75 chili, dopo sei mesi sono arrivato a 35 chili. [...] Il [mio] numero [di matricola] del campo di Flosemburch [Flossenbürg] è 45962. [...] Con questo ti saluto e mi piange il cuore di non poterti aiutare. Ti auguro un mare di fortuna per le tue ricerche. Fai dire una Santa Messa per il tuo caro zio, vedrai che ti aiuterà. Auguri a te e a tutta la tua famiglia di buona Pasqua di serenità. Non mi dimenticherò che mi hai fatto tanto piacere. Caro Roberto, ti ho affiancato questo foglio fotocopia che ho ritrovato. E' la carta mandata da compilare per le informazioni sul campo [questionario mandato agli ex deportati dall'ANED nel 1997 per reperire informazioni sulle deportazioni nei campi di concentramento]. Ho risposto in merito a quello che sapevo e mi hanno mandato i ringraziamenti. Provaci ancora a Milano [sede della Segreteria Nazionale ANED] Alla delegazione di Milano si informano sempre; loro vanno sempre alla ricerca nei campi di concentramento, vedono anche nei cimiteri; [...] Insisti nella ricerca. Avevo un amico che è venuto all'ultimo fuori dal campo di Flossenbürg. Avevamo fatto la campagna assieme, dopo lui mi ha raggiunto a Dachau. Lui mi diceva che prima di partire dal campo è stata una strage, non ti posso dire di quanti morti. Ma adesso è morto anche lui che saranno 5 mesi circa, allora non posso darti notizie. [...] Roberto, ti auguro buona fortuna, tuo amico Ferruccio P."

Udine, 2 giugno 2000 - "Egregio Signor Zamboni, sono B. Giovanni ex deportato politico, triangolo rosso a Flossenbürg, matricola 40121. Rispondo all'appello per suo zio. Purtroppo io non ricordo nessun nome e nessun volto di quelli che erano lì nel campo. Dalle date che lei dice riguardo alla presenza di suo zio nel campo, è sicuro che c'ero anch'io, ma ripeto, non ricordo nessuno. Mi dispiace! Le sembrerà assurdo, ma è la verità. Un compagno medico belga mi ha salvato la vita consigliandomi di mangiare ossa cotte e ridotte in farina, per fermare la dissenteria. Ebbene, io non so come si chiamava e che volto avesse. Non so se questa cosa le dia l'idea di come si vivesse e cosa si può ricordare. Tra l'altro io in marzo sono stato trasferito in sottocampo, perciò alla liberazione non ero a Flossenbürg. La saluto cordialmente. - B. Giovanni"
RICERCHE IN FRANCIA

Degli ex deportati che interpellai, nessuno aveva o ricordava di aver conosciuto mio zio, così decisi di fare un tentativo anche in Francia. I rapporti tra francesi ed italiani nel campo di concentramento di Flossenbürg non erano tra i peggiori, inoltre sapevo che ben 112 deportati di nazionalità francese erano rimasti nel campo fino alla liberazione e quindi qualcuno di questi poteva ricordarsi di mio zio e dirmi qualcosa sui suoi ultimi giorni.

Un ex deportato di Flossenbürg, il Professor Vittore Bocchetta, mi segnalò a chi rivolgermi in Francia per questa mia ulteriore ricerca.

Verona, 8 luglio 1999 - "Caro Zamboni, rispondo alla sua cortese del 3 u.s.:[...] per le relazioni in Francia si può rivolgere a Maffini, l'eroe veronese della Battaglia di Piazza delle Poste. Il nostro Darno se ne occuperà certamente con piacere.[...]. In bocca al lupo. Vittore Bocchetta"

Dovevo contattare il Comandante Darno M. che dopo l'8 settembre 1943 aveva capitanato il gruppo armato che difese l'edificio delle poste in Piazza Viviani a Verona. L'anziano comandante (uno dei pochissimi italiani decorati in Francia con la Legione d'Onore per i suoi atti eroici), mi inviò l'indirizzo dell'associazione che in Francia era la corrispondente dell'Associazione Nazionale ex Deportati in Italia (si tratta della Federazione Nazionale dei Deportati, Internati, Resistenti e Patrioti).

Saint Mandé 24 luglio 1999 - "Les Garibaldiens" - Associazione francese di ex combattenti volontari e resistenti garibaldini - "Egregio Signor Zamboni, in risposta alla Sua gradita lettera in data 17 luglio 1999 e dopo essermi documentato presso la "Fédération Nationale Déportés, Internés, Résistants et Patriotes" mi è stato consigliato di farle scrivere alla Redazione del loro giornale "Le Patriote", al numero 20 di Rue Leroux, a Parigi, spiegando i motivi della sua pratica: la ricerca di testimoni eportati nel campo di Flossenbürg, sperando che di questi ve ne siano ancora di viventi al giorno d'oggi. Questa Associazione, il cui indirizzo è lo stesso del giornale, ha come sigla FNDIRP; Mi auguro per Lei un risultato positivo nella ricerca di qualche informazione concreta sulla detenzione di Suo zio; ne sarei alquanto felice. La prego di gradire Signor Zamboni, i miei tanto sinceri saluti, pregandola di voler estenderli al mio caro amico e compagno fedele di lotta, Vittore Bocchetta. Molto cordialmente, Darno Maffini".

Scrissi a Parigi e la redattrice capo del giornale che viene pubblicato per l'associazione mi assicurò che avrebbe fatto pubblicare la mia lettera.

Parigi, 2 settembre 1999 - "Le Patriote Résistant" - Giornale della Federazione Nazionale Deportati, Internati, Resistenti e Patrioti. "Egregio Signore, a seguito della Vostra lettera del 25 agosto, vi informiamo che pubblicheremo sul prossimo numero del nostro giornale, nella rubrica "Ricerche", un avviso riguardante Vostro zio, Luciano Giovanni Zamboni. Noi speriamo, che degli ex deportati di Flossenbürg si ricordino di lui e possano rispondere alle vostre aspettative. [...] Restando a vostra disposizione, vi preghiamo di accettare, caro Signore, i nostri sinceri saluti. La Redattrice Capo Irène Michine"

Purtroppo nessuno rispose all'appello. Forse dovevo rendermi conto che erano passati troppi anni, che i sopravvissuti si ricordavano a malapena i volti dei loro connazionali deportati e che quindi difficilmente si sarebbero ricordati di Luciano. In ogni caso pensavo che un tentativo era valsa la pena di farlo.
LA FOTOGRAFIA

Luciano, come già detto, era arrivato nel campo di concentramento di Flossenbürg il 23 gennaio 1945, proveniente dal campo di smistamento di Bolzano, dopo un viaggio durato 4 giorni. Molti dei deportati non trasferiti in sottocampi vennero utilizzati nella cava di granito che si trovava vicino alla stazione ferroviaria. La cava era circondata dal filo spinato e sorvegliata dalle SS che sparavano a chiunque si avvicinasse alla recinzione. Per ogni detenuto ammazzato i guardiani venivano ricompensati con 3 giorni di licenza speciale. Dalla cava venivano estratti blocchi di granito che dopo essere stati sgrossati e sagomati venivano utilizzati per la costruzione di ponti ed altre grandi opere. Il lavoro nella cava era estremamente pesante e furono molti quelli che morivano per incidenti. Furono parecchi anche i casi di suicidio dovuto a quel lavoro insopportabile e al sadismo inconcepibile degli aguzzini. Infatti coloro che svolgevano il compito di sorveglianti erano assegnati alla cava in genere per motivi punitivi e sfogavano la loro rabbia contro i deportati.

Qualche anno fa durante una visita al museo del campo di concentramento di Dachau, mia zia fece una scoperta stupefacente. Nel centro della sala del museo era stata piazzata una gigantografia sulla quale erano stati immortalati dei deportati al lavoro in una cava ed uno dei prigionieri fotografati assomigliava moltissimo a mio zio. Secondo i miei parenti e tutti coloro che conobbero Luciano, non c'erano dubbi, quel ragazzo era proprio lui. Nonostante il mio scetticismo, (moltissimi parenti dei caduti dei lager, credono di riconoscere qualche caro ritratto nelle fotografie esposte nei musei, anche quando è impossibile che sia il loro congiunto), decisi di procurarmi una copia di quella fotografia scrivendo alla direttrice del museo di Dachau, la Dottoressa Barbara Distel.

Verona, 18 gennaio 2001 - "Gentile Signora Direttrice, Le scrivo su consiglio della Dottoressa Carla Giacomozzi, dell'Archivio Storico del Comune di Bolzano, che mi ha suggerito di contattarla per chiederLe alcune informazioni. [...] Nello svolgimento delle mie ricerche sono venuto a conoscenza che presso il vostro museo è stata esposta una fotografia sulla quale si vedono alcuni deportati che stanno lavorando presso una cava. Si dovrebbe trattare della cava di granito che si trovava nelle vicinanze del campo di concentramento di Flossenbürg ed uno dei deportati che appaiono in quell'immagine sarebbe proprio mio zio. Per questo motivo Le chiedo se ha la possibilità di farmi pervenire una copia della fotografia originale".

Dopo qualche giorno ricevetti la risposta.

Dachau 30 gennaio 2001 - Museo del KZ-Dachau - "Egregio Signor Zamboni, a nome della Dottoressa Distel, La ringrazio per la Sua cortese lettera. La fotografia riprodotta è anche presente nel museo commemorativo di Dachau (catalogo pag.108 - n°246). Si tratta effettivamente della cava di pietra, che si trova presso Flossenbürg. Purtroppo non siamo in grado di inviarLe nessuna copia della foto, perché coperta da diritti di riproduzione presso l'Istituto olandese per la documentazione di guerra di Amsterdam. Cordiali saluti i.A. Dirk Riedel

Presi contatto con il Dottor Kok, direttore del Nederlands Instituut voor Oorlogsdocumentatie, spiegando i motivi della mia richiesta. Questi, dopo aver ricevuto l’accredito per i costi di riproduzione, mi fece pervenire la fotografia.


CAVA DI FLOSSENBURG
(foto by Nederlands Intituut voor Oorlogsdocumentatie)
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4 commenti:

  1. Come figlio di un deportato nei lager nazisti mi complemento per il pregevole lavoro e soprattutto perché, come già diceva Cicerone: "La vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi".
    Grazie
    Antonio Parcianello

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  2. Contratulazioni per questo immane lavoro fatto.
    Non ho parenti persi in questo modo ma per coincidenze della vita, mio nonno paterno ed i suoi fratelli nacquero a BYDGOSZCZ, tornati in Italia allo scoppio della WWI, uno di loro fu fatto prigioniero dopo il 08/09/43 e deportato [credo a Buchenwald], si salvo` perche` qualcuno nel corpo delle guardie noto` il suo luogo di nascita ed il suo essere alto e biondo e lo prese in simpatia, mettendolo a buttare i morti nei forni crematori invece di mandarlo a lavorare all'esterno. Torno` in Italia a piedi alla fine della guerra, cosi` malconcio che sua madre sulla porta non lo riconobbe. Questo e` quello che so e non sapro` mai piu` di cosi`: se gli chiedevamo qualcosa al riguardo, si metteva a piangere.
    Grazie ancora
    G. Borla

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  3. Caro signor Roberto, anch'io come lei ho conosciuto la guerra solo nei racconti di persone anziane, cosa che purtoppo i nostri figli non avranno la fortuna di fare, e preciso che non che la guerra sia stata una cosa gradita da ascoltare ma sentirla dalle voci di chi ancora si emoziona nel raccontare non è come leggere sui libri! ho letto tra i nomi riguardanti di soldati della mia provincia e del mio comune ma fortunatamente nessuno era mio parente, vorrei comunque congratularmi con lei per il lavoro svolto con tenacia e infine con successo, questo a dimostrare che esistono ancora persone con un gran cuore!!!
    mancini leda.Ancona.

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  4. è davvero commovente ciò che lei ha fatto e non solo per suo zio. Anche se sono un semplice lettore, ho sofferto leggendo il suo racconto.
    peppe vonella
    falconara m.

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